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Record di contagi Covid in Cina: incubo lockdown per un terzo della popolazione

La Cina è alle prese con la peggiore ondata di Covid-19 dagli inizi della crisi di Wuhan, a gennaio 2020, e con proteste sempre più ricorrenti di una popolazione sfiancata da quasi tre anni di politica della ’tolleranza zerò. Mentre le città hanno dovuto violare le regole anti-pandemiche appena allentate dal governo per il balzo dei contagi - saliti mercoledì a 31.444, ai livelli più alti di sempre - aggrappandosi ancora ai lockdown.
Pechino ha annunciato nei giorni scorsi la correzione della controversa strategia dello ‘zero-Covid’basata su lockdown, test di massa e quarantena, ma la rapida diffusione di varianti molto contagiose ha messo le amministrazioni locali in gravi difficoltà. Lo sforzo di ridurre al minimo il blocco dell’economia (in deciso affanno) e di migliorare la gestione del Covid non ha raggiunto gli obiettivi. Anzi, secondo i calcoli di Nomura, 49 città sono allo stato interessate da vari gradi di lockdown, pari a quasi un terzo della popolazione cinese e a oltre il 20% del Pil: 412 milioni di persone contro i 340 milioni della settimana scorsa.
L’ultimo playbook della Commissione sanitaria nazionale aveva invitato i governi locali ad evitare il blocco completo e a rendere più facile per i residenti viaggiare attraverso le province. Da oggi, invece, Shanghai ha iniziato a vietare ai visitatori una serie di luoghi, inclusi ristoranti, bar e centri commerciali, per cinque giorni dal loro arrivo, anche se la città ha avuto appena 435 casi a novembre. A Pechino, che ha segnato in questo mese 10.000 infezioni, sono stati disposti lockdown sempre più rigidi con i funzionari municipali ad avvertire che la città sta combattendo la sua «fase più complicata e grave». Ningbo, popolare località turistica del Jiangsu, ha messo fuori legge i viaggi interprovinciali e lunedì ha iniziato a richiedere a tutti gli arrivi test quotidiani per tre giorni.
Le misure, ancora rigorose, sono motivo di frustrazione diffusa a quasi tre anni dall’inizio della pandemia: disordini e proteste sono scoppiati con più frequenza, da Lhasa a Guangzhou (dove milioni di persone sono in isolamento), fino agli scontri violenti tra la polizia e i lavoratori della più grande fabbrica della Foxconn di assemblaggio degli iPhone di Apple, a Zhengzhou. Mentre sui social in mandarino continua la discussione, a dispetto della censura del Great Firewall, sulle strategie anti-Covid. Un post online, diventato virale in settimana, ha invitato la Commissione sanitaria nazionale a spiegare la logica di alcune delle sue politiche: «Su cosa si basa il nostro modello?», chiedeva il post moltiplicando le visualizzazioni prima di essere oscurato. «Perché dobbiamo controllare una variante che non è mortale. Se non possiamo eliminare il virus, quale costo dobbiamo pagare per attuare la politica zero-Covid?”
Per anni la Cina ha fatto affidamento su lockdown e test di massa per reprimere anche i più piccoli focolai e «salvare vite umane» - come ha ripetuto il presidente Xi Jinping al XX Congresso del Pcc di ottobre -, trascurando la fase di prevenzione con vaccini efficaci. Un approccio che è difficile da giustificare ora che il mondo intero si è riaperto e convive con il virus. Allentare troppo in fretta è il timore del Partito comunista: può causare milioni di casi e morti con appena il 66% degli over 80 vaccinato con sieri domestici (quelli occidentali mRNA non sono stati autorizzati) e con il 40% che ha fatto il richiamo. Manca la necessaria immunità e il sistema sanitario cinese non potrebbe reggere le varianti del Covid. In altri termini, la leadership comunista è rimasta intrappolata nel suo meccanismo.
Ma anche in Europa ci sono timori: «Ci sono forti preoccupazioni sul fatto che nuove sottovarianti Omicron emergenti, come BQ1.1, stiano sfuggendo alla neutralizzazione da parte di farmaci con anticorpali monoclonali attualmente disponibili contro il Covid-19», ha messo in guardia Marco Cavaleri, responsabile della strategia vaccinale dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco.

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