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GRAN BRETAGNA

Sparatoria a Plymouth, in Inghilterra: 6 morti, anche l'aggressore tra le vittime

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Una strage compiuta da un giovane di neppure 23 anni, con il porto d'armi nonostante evidenti turbe psichiche. Un video svela tutto il suo disagio

Una strage figlia della follia fra le mura di casa, dell’emarginazione sociale, di un obnubilamento cieco della mente, ma anche di un sottofondo di disprezzo verso le donne. È il filo conduttore della sparatoria che ha insanguinato Plymouth, nel sudovest dell’Inghilterra, e inorridito l’intero Regno Unito, lasciando dietro di sé un bilancio di 6 morti e 2 feriti. Il killer, suicidatosi dopo avere ucciso sua madre, un’altra donna, due uomini e una bambina di soli 3 anni, ha un nome, un cognome e un profilo: si chiamava Jake Davison, neppure 23enne, e aveva un regolare porto d’armi nonostante le turbe psichiche evidenti svelate da alcuni suoi post sui social media e da un delirante video di 11 minuti da lui stesso diffuso un paio di settimane fa (e intanto cancellato da YouTube) in cui manifestava malessere, misoginia e repressione sessuale, ma anche simpatie per una certa America «trumpiana». Non senza atteggiarsi a emulo di «Terminator», lo spietato umanoide letale interpretato da Arnold Schwarzenegger nell’omonimo cult movie del 1984.

I contorni della vicenda, assai meno comune sull'isola di quanto non accada negli Usa delle armi facili, sono emersi oggi con maggiore chiarezza sulla base delle informazioni rese pubbliche dalla Devon and Cornwall Police. Il comandante Shaun Sawyer ha parlato di «un evento davvero estremo e scioccante» in questo lembo di terra a un tiro di schioppo dall’appartata penisola di Cornovaglia, escludendo definitivamente la pista di una qualunque «matrice di terrorismo» ed evocando piuttosto lo scenario di «un incidente familiare» dilagato in violenza indiscriminata nelle strade di Keyham, quartiere residenziale storicamente operaio nell’area portuale di Plymouth.

Una violenza di cui la prima vittima è stata Maxime Davison, nata Chapman, 51 anni, madre dell’aggressore solitario, mostrato ora nelle foto d’archivio col suo faccione ombroso da adolescente troppo cresciuto incorniciato da un cespuglio di capelli e da una barba rossastra. Un giovane problematico, evidentemente, e tuttavia autorizzato non si sa come - con tanto di licenza - a detenere il micidiale fucile a pompa con cui è entrato in azione nel tardo pomeriggio di ieri: dapprima facendo irruzione nella casa di famiglia per colpire a morte la donna che lo aveva messo al mondo; quindi continuando a sparare a casaccio all’interno e all’esterno del caseggiato, e abbattendo il 43enne Lee Martyn, Sophie, la figlioletta di 3 anni di questi, nonché altri 2 passanti, Stephen Washington, di 59 anni, e Kate Shepherd, di 66, unica a non essere spirata sul posto bensì in ospedale.

Un inferno di fuoco, cui hanno assistito nel terrore vari testimoni oculari, completato dal ferimento di un altro uomo e un’altra donna, entrambi ora ricoverati in gravi condizioni. Fino a quando Jake non ha puntato l’arma contro di sé, prima di poter essere intercettato, e non l’ha fatta finita. Gli agenti, ha assicurato il comandante Sawyer, sono intervenuti con rapidità, non più di «6 minuti» dopo una serie di chiamate d’allarme disperate. Ma sullo sfondo restano non pochi «interrogativi a cui inevitabilmente andrà cercata risposta» (dalla questione del porto d’armi, che secondo Boris Johnson va «adeguatamente investigata», alla possibile segnalazione non raccolta dei disturbi mentali dell’assassino), come ha riconosciuto Priti Patel, ministro dell’Interno del governo Tory: esprimendo sgomento, oltre che solidarietà verso le vittime, al pari del premier, di esponenti politici di tutti i partiti e dell’opinione pubblica britannica.

Interrogativi che riecheggiano a maggior ragione dall’ultimo, sinistro video consegnato il mese scorso da Davison ai posteri. Un cupo sproloquio nel quale parlava di sé come d’un essere umano «prostrato, sconfitto dalla vita», ma in qualche modo annunciava pure pulsioni di morte, esaltando la propria presunta verginità ed equiparandosi agli «incels», una sorta di setta virtuale d’individui maschi, sedicenti «celibi involontari», i quali in genere scaricano sulle donne la colpa dei loro fallimenti sessuali o di vita, e dai cui ranghi sono emersi in passato non pochi stragisti in giro per il mondo. Per poi concludere il messaggio-testamento con queste parole: «So che è solo un film, ma mi piace pensare di poter diventare presto o tardi come il Terminator o qualcosa del genere, che a dispetto del suo quasi totale fallimento di sistema continua a cercare di portare a compimento una missione».

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