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Brexit, consegnata lettera d'addio all'Ue. May: non torneremo indietro

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Tim Barrow e Donald Tusk

LONDRA. La Gran Bretagna bussa alle porte dell’Unione Europea, per uscirne. Una lettera d’addio, firmata da Theresa May e consegnata a Bruxelles nelle mani di Donald Tusk, ha chiuso oggi un capitolo di storia nel vecchio continente: dopo 44 anni di matrimonio burrascoso e d’interesse, il regno ha annunciato il divorzio nel nome del popolo sovrano - quello che al referendum del 23 giugno aveva votato per la Brexit - mettendo nero su bianco che «indietro non si torna».

Per l’Europa, quasi incredula, è la fine di 6 decenni di espansione costante: forse solo una crisi di passaggio o, chissà, il primo mattone a cadere di un glorioso edificio che scricchiola. Per il Regno Unito l’occasione di rispolverare le armi della fede nei destini della patria e dell’ottimismo su un grande sforzo nazionale di fronte a quello che a molti pare un salto nel buio: sullo scacchiere internazionale come su quello interno, con la Scozia che torna a evocare la secessione e i fragili equilibri dell’Irlanda del Nord di nuovo a rischio.

La parola d’ordine del governo di Londra è buona volontà. Ma è facciata. Mentre fra le righe della missiva della May spunta già qualche guanto di sfida. E suscita polemiche la minaccia di sganciamento sulla sicurezza, in caso di muro contro muro.

«Ho scelto di credere nella Gran Bretagna», ha proclamato la May nel discorso di fronte alla Camera dei Comuni che ha suggellato la giornata. «I giorni migliori sono davanti a noi, dopo la Brexit», ha promesso, delineando «un’opportunità» per costruire una Paese «più forte, più equo e più unito», un grande "Paese globale». I toni della premier Tory, seconda inquilina donna di Downing Street nella storia del regno, sono stati quelli d’una Margaret Thatcher un pò meno ferrea dell’originale e un pò più didascalica. In un’alternanza di passaggi taglienti e mezze aperture.

«Ci avviamo a lasciare l’Ue nel rispetto della volontà popolare», ha detto e ripetuto, ma «non usciamo dall’Europa» e vogliamo dar vita a «una nuova partnership». In ogni modo, un punto è chiaro: il dado è tratto, «è un momento storico e indietro non si torna».

Nessuna rivincita referendaria e nessun ripensamento, nell’orizzonte di lady Theresa. Anche il mercato unico, tanto caro alla City, ha i mesi contati: dopo i due anni di negoziati previsti dal fatidico articolo 50 del Trattato di Lisbona, e fatto salvo forse qualche periodo di "transizione», la permanenza di Londra è fuori questione: "incompatibile» con la decisione degli elettori di restituire all’isola il controllo dei suoi confini e della sua sovranità.

«Una dose d’incertezza» transitoria per il business è del resto un prezzo «inevitabile» da pagare per un’economia che resta comunque «forte» (almeno per il momento). Durissimo, poi, il botta e risposta con gli indipendentisti scozzesi.

«Sulla Brexit non siamo un Regno Unito», l’ha rimbeccata il capogruppo dell’Snp, Angus Robertson. «Non è tempo di un referendum» bis sulla secessione, né il parlamento di Edimburgo ha competenza sulla Brexit, ha sibilato May. In tema di spiragli di dialogo, invece, non sono mancati richiami al rispetto dei valori liberaldemocratici europei anche fuori dall’Ue (mormorii dalle opposizioni) e sulle tutele ai lavoratori.

Ma le rassicurazioni più esplicite - confermate nel dibattito in aula al deputato Tory d’origine italiana Alberto Costa - hanno riguardato i diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno (circa 3,3 milioni, fra cui centinaia di migliaia di italiani). L’impegno: trovare una soluzione che li garantisca in pieno, al pari dei britannici che vivono nel continente, «nelle fasi iniziali dei negoziati».

Nel testo scritto della lettera inviata a Tusk, il linguaggio costruttivo e diplomatico non nasconde tuttavia i primi colpi bassi di un Paese abituato a mercanteggiare, se necessario in modo brutale. Si va dalla richiesta di discutere «insieme» di divorzio e nuove relazioni con l’Ue (già respinta da Francia e Germania) alla minaccia nuda e cruda di «indebolire la cooperazione sulla sicurezza» e contro il terrorismo se si dovesse arrivare a una Brexit senz'accordi commerciali. Per il Guardian, «un ricatto» in piena regola.

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