Lunedì, 24 Febbraio 2020
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Brexit, primo via libera della Camera dei Comuni all'uscita da Ue

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Il primo ministro inglese Theresa May

LONDRA. E Brexit sia. La Camera dei Comuni ha dato il via libera al testo di legge governativo che scioglie le mani alla premier Theresa May per avviare il negoziato per il divorzio formale della Gran Bretagna dall'Ue attraverso la notifica dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Il dibattito è durato due giorni scarsi e si è giocato su alcuni emendamenti presentati dalle opposizioni per tentare di inserire, se non altro, qualche paletto sulla strada della Brexit senza compromessi (con annessa uscita dal mercato unico) delineata qualche giorno fa dalla stessa May.

Ma alla fine quel che conta è il nettissimo voto finale: 498 a 114 per la legge di appena due commi presentata dall'esecutivo. Un sì al governo che nelle dichiarazioni di molti deputati è stato soprattutto un sì alla «volontà popolare» espressa nel referendum di giugno. Ora non c'è che lo scoglio del passaggio alla House of Lords - la Camera dei nominati, libera da vincoli elettorali e assai più eurofila del Paese reale - ma in caso di modifiche l'ultima parola resterà ai Comuni.

Insomma, il dado è tratto, o quasi: si va spediti verso la strategia che Theresa May ha già fissato. L'articolo 50 dovrebbe scattare entro fine marzo, per dare poi spazio a due anni di negoziati che nelle intenzioni della premier si pongono a questo punto l'obiettivo d'un taglio netto con Bruxelles (e col mercato unico caro alla City) accompagnato possibilmente da un accordo transitorio e da una nuova intesa doganale senza dazi.

Sempre a patto che gli altri 27 ci stiano: in caso contrario lo spettro è quello d'un divorzio duro, regolato a livello commerciale dalle sole norme generali del Wto, che Downing Street mostra comunque di non temere. Non senza minacciare, se necessario, un'ipotetica guerra fiscale con eventuale trasformazione del Regno Unito in paradiso offshore. Certo, questi sono gli slogan.

In attesa di avere un minimo di dettagli in più (e magari qualche ammorbidimento) nel "libro bianco" che la stessa premier ha promesso al Parlamento su pressione delle opposizioni e la cui uscita ha annunciato per domani. Ma il voto di oggi - sebbene imposto a un governo riluttante dal verdetto della Corte Suprema - sembra confermare che, almeno per il momento, May in patria ha campo libero.

L'allineamento dei Comuni è stato pressochè unanime nel gruppo Tory. Non ha fatto eccezione neppure George Osborne, cancelliere dello Scacchiere anti Brexit nel gabinetto Cameron, il quale pur accusando l'attuale governo di voler privilegiare il dossier «immigrazione sull'economia» nella partita con l'Ue, è rientrato nei ranghi per evitare «una crisi costituzionale»; mentre è rimasto isolato il "no" pronunciato ad alta voce dal suo predecessore Kenneth Clarke, rispettato bastian contrario sin dall'epoca thatcheriana, che si è appellato alla propria «coscienza» domandandosi se quelle dei colleghi non siano destinate a essere punte dai rimorsi «di qui a due anni».

Quanto all'opposizione laburista, il dibattito ha certificato l'ennesima spaccatura, ma più contenuta del previsto. Con la linea non ostruzionista del leader Jeremy Corbyn contestata da una cinquantina di dissidenti, unitisi nel "no"di testimonianza alla Brexit a Libdem e indipendentisti scozzesi dell'Snp. Un sondaggio Yougov avverte del resto che una maggioranza di britannici una rottura troppo traumatica con l'Europa non la auspica.

Quanto meno per i costi che potrebbe comportare: fino a 60 miliardi di euro, stando ai conti fatti in polemica con il ministro del Commercio, Liam Fox, dall'ex ambasciatore di Sua Maestà all'Ue sir Ivan Rogers. In barba alla sponda di quel Donald Trump che giusto oggi Lady Theresa ha difeso al Question Time da Corbyn come «il più importante dei nostri alleati».

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