Venerdì, 30 Ottobre 2020
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IL CASO

Regeni, l'università di Cambridge non risponde alla Procura italiana

ROMA. Dopo l'Egitto, la Gran Bretagna: i genitori di Giulio Regeni e gli investigatori italiani si trovano ancora una volta di fronte ad un muro di silenzi che rende sempre più difficile la ricerca della verità sulla morte del ricercatore, sparito al Cairo la sera del 25 gennaio.

L'ultimo rifiuto, Claudio e Paola Regeni l'hanno dovuto incassare dai professori dell'università di Cambridge, che non hanno voluto rispondere alle domande dei pm italiani. Un atteggiamento che non ha certo fatto piacere agli inquirenti,  che ora si trovano anche a dover chiarire un altro punto che sembrerebbe portare sempre in Inghilterra: dall'Egitto è infatti arrivata una parziale sintesi dei tabulati dei cellulari agganciati da alcune celle del Cairo: documenti parziali, anche questi, dai quali però emergerebbe che in concomitanza con la scomparsa di Giulio e il ritrovamento del suo cadavere ci sarebbe stato uno scambio di sms tra alcune utenze presumibilmente inglesi e numeri egiziani.

In particolare, tra le 19.30 e le 20.30 del 25 gennaio - dunque in un orario compatibile con la scomparsa - sarebbero partiti da una utenza presumibilmente inglese tre sms diretti ad altrettante utenze egiziane. Cellulari agganciati nella zona in cui viveva Giulio. La notte tra il 2 e il 3 febbraio, inoltre, sempre da una utenza presumibilmente inglese fu inviato un sms ad un numero egiziano che era agganciato alla cella della zona dove fu ritrovato il corpo senza vita di Regeni.

«Alla comunità universitaria avevamo affidato con fiducia e sacrificio nostro figlio Giulio - sottolineano con amarezza Paola e Claudio - e da questa comunità accademica ci aspettavamo la massima e concreta solidarietà e dunque la totale collaborazione nelle ricerca della verità circa le circostanze del suo sequestro e della sua atroce uccisione». I genitori di Giulio però non si fermano: il 15 giugno saranno all'Europarlamento e sarà quella l'occasione per rilanciare l'appello affinché «tutti, senza omertà di sorta, s'impegnino sinceramente e fattivamente per fare emergere la verità sul barbaro omicidio di Giulio e collaborino con la procura di Roma, nella quale riponiamo la massima fiducia».

«Chi crede nel rigore della ricerca nel dovere della solidarietà, nella tutela dei diritti umani - concludono - non può sottrarsi al dovere morale e civile di contribuire alle indagini». La delusione dei genitori di Giulio è la stessa dei magistrati, che oltre al no di Londra devono incassare l'ennesimo nulla di fatto dai documenti consegnati dall'Egitto.

Gli ultimi che sono stati analizzati sono quelli ottenuti al vertice dell'8 e 9 maggio scorsi al Cairo: alcuni verbali delle testimonianze raccolte e vari tabulati telefonici, tra cui quelli degli appartenenti alla banda di sequestratori - uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia - che erano in possesso dei documenti di Giulio. Gli investigatori di Ros e Sco hanno presentato ai magistrati una relazione di un centinaio di pagine dalla quale emergono forti dubbi sulla ricostruzione offerta dalle autorità del Cairo proprio in relazione alle modalità di ritrovamento dei documenti. In sostanza, sia le testimonianze sia l'analisi dei tabulati conterrebbero diverse incongruenze alla luce di quanto prospettato dalle autorità del Cairo. Ma soprattutto, non ci sarebbe nè un elemento concreto che possa ricondurre quei soggetti al possesso dei documenti nè riscontri utili a capire come la banda li abbia avuti. «Quella ricostruzione - dice un investigatore - fa acqua da tutte le parti».

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