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Regeni, arrivano primi documenti dall'Egitto. Gentiloni: vogliamo la verità

L'Ambasciata italiana al Cairo ha ricevuto ieri pomeriggio una nota verbale con la quale il Ministero degli Esteri egiziano ha trasmesso alcuni dei materiali investigativi richiesti nelle scorse settimane dal governo italiano attraverso canali diplomatici

IL CAIRO. Alla fine l'Egitto ha passato all'Italia parte del materiale investigativo richiesto dagli inquirenti inviati da Roma nel tentativo di dare concretezza alla collaborazione italo-egiziana nelle indagini per scoprire chi ha torturato a morte Giulio Regeni.

La mossa - giunta dopo una serie di sollecitazioni e a distanza di un mese dal ritrovamento del corpo - è arrivata proprio nel giorno in cui il Cairo ha ribadito attraverso la massima istanza, ovvero la presidenza della Repubblica, la propria tesi: il giovate ricercatore friuliano è stato martoriato da terroristi islamici che vogliono far deragliare la partnership strategica tra Italia ed Egitto per contribuire ad una caduta del presidente Abdel Fattah Al Sisi.

Ad essere stati trasmessi all'ambasciata italiana al Cairo, e quindi «immediatamente» anche al team di investigatori venuto da Roma, sono documenti «relativi a interrogatori di testimoni da parte delle autorità egiziane, al traffico telefonico del cellulare di Giulio Regeni e a una parziale sintesi degli elementi emersi dall'autopsia» egiziana, ha rivelato la Farnesina. Si tratta solo di alcuni dei materiali investigativi richiesti nelle scorse settimane dal governo italiano attraverso canali diplomatici: anche se il ministero valuta la trasmissione un «primo passo utile», secondo qualificate fonti italiane si tratta di materiale - in arabo - «parziale ed incompleto», carente di molti elementi basilari, come ad esempio un elenco di quali delle testimonianze raccolte dagli inquirenti egiziani siano state consegnate.

Ci sono i tabulati telefonici di Regeni, ma non sembrerebbero completi, una sintesi dell'autopsia (senza foto) e verbali di interrogatori di testimoni che apparirebbero non in grado di fornire elementi utili per le indagini. Tutto materiale cartaceo, mentre mancherebbero alcuni reperti ritenuti fondamentali come i filmati delle videocamere a circuito chiuso delle due stazioni della metropolitana che il giovane avrebbe dovuto utilizzare la sera del 25 gennaio per raggiungere l'amico Gennaro Gervasio nei pressi di piazza Tahir, nonchè quelle dei negozi lungo il percorso dall'abitazione alla stazione della metro.

Nei giorni scorsi gli egiziani avevano fatto sapere che questi filmati o non esistevano o non contenevano nulla di utile all'indagine, ma gli investigatori italiani hanno chiesto ugualmente di poter visionare i materiali. Alla Procura di Roma viene mantenuto il più stretto riserbo, ma anche la Farnesina, nella sua nota, ritiene che «la collaborazione investigativa debba essere sollecitamente completata». «Sentiamo il dovere di scoprire la verità», ha ribadito anche Paolo Gentiloni. «Abbiamo chiesto al governo egiziano di cooperare: speriamo che questa cooperazione finora limitata diventi più seria», ha aggiunto.

In giornata erano circolate indiscrezioni sulla possibilità del richiamo in Italia degli uomini del Ros e dello Sco inviati al Cairo per assicurarsi che le indagini vengano compiute col massimo impegno e rigore, come chiesto dall'Italia al più alto livello, premier Matteo Renzi in testa. Il tenore delle dichiarazioni egiziane da settimane lascia intendere come il Cairo escluda che responsabili vadano ricercati all'interno di apparati egiziani deviati o così disorganizzati da aver interrotto quella catena di comando che, in presenza di un italiano in procinto di essere torturato, ad un certo punto avrebbe dovuto fermare gli aguzzini per non danneggiare un'alleanza con l'Italia, politicamente ed economicamente sicuramente più preziosa di qualsiasi conoscenza che un giovane di 28 anni potesse mai avere.

Oggi una fonte di alto rango della presidenza egiziana, in dichiarazioni all'ANSA, ha ribadito che «il terrorismo in Egitto non è finito e cerca di danneggiare i rapporti tra l'Egitto stesso e altri paesi, come è stato nel caso del cittadino italiano Giulio Regeni». «Coloro che vogliono colpire l'Egitto» e che «sono legati a gruppi terroristici», ha sostenuto la fonte, «hanno addossato sul ministero dell'Interno egiziano la responsabilità dell'uccisione di Regeni». La tesi, ha ricordato, è stata avallata da Sisi quando ha avvertito che «il terrorismo cerca di danneggiare i rapporti egiziani con gli altri paesi prendendo di mira le comunità straniere, come avvenuto nel caso dell'aereo russo» esploso sul Sinai a fine ottobre «o facendo circolare voci che nuocciono alle relazioni» estere, come nel caso dell'omicidio di Regeni. Questi tentativi, ha previsto la fonte, sono però destinati «al fallimento dato che i rapporti italo-egiziani sono radicati».

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