Domenica, 25 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Navarra: i jihadisti si colpiscono scovando chi li finanzia

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ROMA. Maurizio Navarra, generale della Guardia di Finanza oggi in congedo, è stato per più di vent'anni dirigente del Sisde. Si è occupato tra l'altro di terrorismo nero e rosso in anni difficili, e ha formato buona parte delle nostre forze di polizia oggi in servizio, sui temi dell' intelligence. «Mail terrorismo jihadista mette i nostri servizi in condizioni di grande svantaggio», ci spiega. «Per sgominare il fondamentalismo di matrice islamica, occorre creare una rete informativa che richiederà anni di lavo ro».

Generale, nel pc di uno dei quattro marocchini espulsi dall'Italia per terrorismo, c' era un decalogo per gli attentati. Quali specifiche difficoltà presentano le cellule jihadiste per la nostra intelligence?
«Il terrorismo jihadista presenta peculiarità che lo rendono assai più difficile da contrastare, rispetto a quello rosso enero che l' intelligence italiana ha dovuto fronteggiare tra gli anni 60 e 80 del secolo scorso. Il terrorismo di matrice politica era relativamente più semplice da fronteggiare, perché rispondeva a logiche di rivendicazione politica che ponevano all' attenzione dei servizi determinati obiettivi sensibili. Viceversa, gli attentatori dell' Isis sparano nel mucchio senza un coordinamento centrale.
Le singole cellule decidono quando, dove e come colpire in autonomia. I loro obiettivi sono morte e clamore. Prevenire le loro mosse è perciò più difficile: qualunque luogo può diventare obiettivo sensibile. Rispetto a soggetti del genere, l' intelligence ha un grande svantaggio».

Come recuperare il gap nei loro confronti?
«L' unica possibilità è conoscerli per tentare di prevedere quello che faranno. Ma per riuscirci, occorre capire come si muovono e come si finanziano. Per chiudere i rubinetti del terrore, bisogna tentare di risalire alle loro fonti di approvvigionamento. Un militante jihadista costa parecchio: bisogna affittare un locale che consenta di tenerlo occultato, rifornirlo di armi e badare a molte esigenze logistiche. Ma il problema è che la caccia al denaro mette spesso l' intelligence nella condizione di pestare i pie dia organizzazioni economiche importanti, spesso implicate nel business del petrolio».

L' Fbi ha lanciato l' allarme in Italia: corriamo seri rischi?
«La nostra intelligence conosce gli arabi meglio degli altri. Fino a un certo punto, il nostro Paese se n' è giovato anche per via di buone relazioni diplomatiche. Ma va detto che anche in presenza di misure adeguate e conoscenze specifiche, i rischi possono essere prevenuti solo in parte. La verità è che non si possono sorvegliare tutti i ristoranti e i luoghi d' aggregazione italiani. Bastano quattro soldi per atti terroristici come quelli che abbiamo visto a Parigi. Quattro kalashnikov, più tre o quattro caricatori, costano all' incirca 8mila euro».
ragione che anche in Francia i terroristi ci hanno trovato impreparati. Chi si occupa di intelligence si confronta con politici che vogliono risultati immediati. Ma nei servizi, la fretta non esiste perché non paga. Creare un filtro per conoscere queste persone richiede tempo. I frutti del lavoro arrivano dopo anni, e costringono l'intelligence a mettere in atto operazioni molto rischiose».

Si avvicina il Giubileo: dobbiamo preoccuparci?
«Riuscire a garantire la massima sicurezza è praticamente impossibile. Occorrono molti anni di lavoro per mettere su una rete informativa in grado di contrastare in modo efficace un fenomeno di questo genere. È per questa ragione che anche in Francia i terroristi ci hanno trovato impreparati. Chi si occupa di intelligence si confronta con politici che vogliono risultati immediati.Ma nei servizi, la fretta non esiste perché non paga. Creare un filtro per conoscere queste persone richiede tempo. I frutti del lavoro arrivano dopo anni, e costringono l'intelligence a mettere in atto operazioni molto rischiose».

Che cosa intende?
«Quando l' intelligence decide di infiltrare soggetti nelle associazioni criminali, lo fa senza avere coperture legali.
Se l' infiltrato si trova nella condizione di dover commettere un reato, odi essere arrestato, si corrono rischi enormi perché nessuno può tutelarlo. Ciò significa che per portare a casa qualche risultato, chi si occupa di servizi deve rischiare in proprio. Non c' è altra maniera di agire, se si vuole prevenire un atto terroristico».

L' imam di Molenbeek è stato arrestato e poi scarcerato qui in Italia. E i sette jihadisti arrestati dai Ros sono ora irreperibili. Come prevenire questi fenomeni?
«Le difficoltà vengono anche dal fatto che i musulmani non hanno una gerarchia religiosa precisa. Non c' è una trafila precisa per chi vuole ascendere a un ruolo impor tante. Nell' Islam è imam chi predica bene: non è facile individuare quelli che sono esponenti di spicco delle fronde radicali, in assenza di una precisa organizzazione religiosa».

Misure eccezionali contro i sospetti sarebbero praticabili?
«È impossibile. In queste ore si invoca la cessione di una quota della nostra privacy per ragioni di sicurezza, ma alla prova dei fatti, nel nostro Paese si scatena un marasma. Non dimentichiamo che cosa è accaduto al tempo della vicenda Abu Omar. Allora mettemmo in piedi un' azione che non era legale per ragioni di sicurezza, in accordo con il governo. Ma tutti tuonarono contro i servizi».

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