Venerdì, 22 Gennaio 2021
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L’INTERVISTA

Foresi: «L’isis sfrutta la disperazione, minacciate anche Baghdad e Damasco»

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In Iraq, la «campagna di primavera» di Stati Uniti e alleati s’è fermata a Tikrit. Mosul resta lontana, mentre il «Daesh» — lo Stato Islamico — ha conquistato Ramadi e si avvicina a Baghdad: «La strategia fondata sui bombardamenti s’è rivelata inefficiente. E l’esercito iracheno non ha dimostrato la forza necessaria per potersi muoversi autonomamente». Jordan Foresi, caposervizio a «Sky TG24» di cui è stato per anni corrispondente da New York, critica le scelte americane: «Washington ora si muove con azioni mirate delle proprie forze speciali, ma dovrà rivedere molte delle proprie strategie militari». Per Foresi, che con l’ex analista della Cia Jack Caravelli ha scritto il saggio «Il Califfato Nero» appena pubblicato dalla «Nutrimenti», il “virus-Isis" si diffonde anche a causa di scontri tribali e conflitti religiosi troppo spesso sottovalutati: «Il successo jihadista a Ramadi — afferma il giornalista — si spiega con l’errore di schierare milizie di volontari sciiti filoiraniani. Questa decisione ha spinto i sunniti a sostenere il Califfato».

I raid della coalizione internazionale non sembrano impedire l'avanzata dello Stato Islamico. Un bel guaio che il califfo, chiunque esso sia adesso, controlli il grande giacimento di Al Hill nei pressi di Ramadi?

«I miliziani hanno già a disposizione qualcosa come 200 mila barili al giorno e questa è una grande forza per l’Isis. Indubbiamente, l’ultima controffensiva degli jihadisti è senz’altro preoccupante ma non dobbiamo dimenticare, comunque, che negli ultimi mesi sono stati spesso anche battuti e costretti a ritirarsi. Come previsto da molti analisti, fra i quali lo stesso Jack Caravelli, gli oltre 6 mila raid aerei non sono risultati sufficienti. Il problema della mancanza di un coordinamento terrestre si fa sentire. Questa, però, non è una sorpresa per gli “addetti ai lavori” e da qui nascono molte delle critiche portate ad Obama».

Insomma, il «Daesh» è destinato a resistere e mettere radici?

«Nessuno ha la sfera di cristallo. Quello che posso dire è che siamo davanti ad uno scenario che sta mutando costantemente, che sta ridisegnando la mappa del Medio Oriente, plasmando nuovi confini e alleanze. L’Occidente deve prenderne atto e dipenderà anche dalla capacità dei grandi stati mediorientali di fare fronte comune anti-Isis e da mille altri fattori. Compreso l’esito delle prossime presidenziali americane».

E se, intanto, cade Baghdad ...?

«Sarebbe un bel problema, anche perché una simile eventualità darebbe grande forza e prestigio all’Isis. Ed un rischio esiste anche per Damasco. Oltre all’Iraq e alla Siria, peraltro, il Califfato minaccia un tassello cruciale di quello scacchiere, cioè l’Arabia Saudita».

Nel suo libro, lei sottolinea come il terrorismo islamico abbia compiuto con l'Isis un inquietante salto di qualità. Bisogna convivere con la paura?

«Convivere con la paura, no. Capire, informarsi, rendersi conto di quello che succede, questo sì. Bisogna avere la coscienza del problema e non sottovalutarlo. La differenza principale fra Al Qaeda e l’Isis è che questi ha il possesso e l'amministrazione di grandi territori. Se le nazioni arabe moderate con l’aiuto della comunità internazionale sapranno contrastare le mire espansionistiche dell’Isis, credo che nel giro di non molti anni questo nuovo "Califfato" sarà un ricordo. Ma bisogna stare anche attenti a che non ne nascano altri egualmente pericolosi. Sarebbe auspicabile una grande azione di intelligence per evitare l’unificazione delle diverse organizzazione terroristiche».

Da Medio Oriente e Nord Africa, passando per i porti libici, la disperazione spinge all'esodo un popolo senza patria. Facile per il «Califfato nero» fare breccia tra chi ha ormai perso tutto?

«L’Isis è nato e poi cresciuto, tra le altre cose, strumentalizzando la disperazione. Ma ne sta creando altrettanta, se non di più. Non sarei, dunque, così pessimista. In molte frange della popolazione sunnita c’è una solida convinzione anti-Isis».

Gli sbarchi aumentano, ma l'Unione Europea litiga sulle quote-migranti. Il principio di solidarietà tra Stati è ormai un ricordo?

«Il principio di solidarietà fra Stati nell’Unione Europea? Più che un ricordo, lo definirei un obiettivo ancora da raggiungere realmente. Il no al piano Juncker, purtroppo, sottolinea ancora una volta le evidenti difficoltà europee nel trovare soluzioni comuni in un momento così difficile nel gestire l’emergenza nel Mediterraneo».

Sulla distribuzione dei profughi, solo «no» immotivati dai governi di mezzo continente?

«Molti paesi come l'Ungheria non solo non sono d'accordo con la questione-quote, ma parlano della necessità di risolvere il problema all’origine. Credo ci sia una questione di fondo, perché è con l’aiuto reciproco che l’Europa può dimostrare la sua forza e consolidare la propria sicurezza».

La Commissione Junker annuncia di voler «fare guerra» ai boss dei barconi. Si può fermare la tratta degli esseri umani nel Mediterraneo, in quella che viene definita la rotta più pericolosa del mondo per i migranti?

«Seppur con ritardo, Bruxelles ha finalmente capito dando il via libera alla missione navale che ci deve essere un sforzo comune per attivare uno schema di sorveglianza e di controllo sulla Libia per poi colpire gli scafisti. Esiste un collegamento diretto tra i terroristi e i trafficanti, ma il caos è terreno fertile non solo per il Califfato».

Quindi?

«È difficile fare previsioni, ma l’Europa ora deve dare un segnale forte e chiaro. Questo senza dimenticare che quando si parla di Medio Oriente è inutile e dannoso parlare solo di Europa. Jack Caravelli e io crediamo che non si possa pensare di agire senza l’azione concertata con gli Stati Uniti e alcuni degli Stati arabi moderati. E non è un caso che ora si parli di sostegno Nato nell’operazione anti-scafisti».

Improbabile che l’Onu condivida il piano della Commissione Europea per affrontare questa emergenza umanitaria?

«Non direi. Perché l’Onu è sempre lento nel prendere decisioni, ma non può permettersi di lavarsi le mani della questione. E questo lo sanno a Washington come a New York. Comunque, una volta approvato il piano navale è necessaria una risoluzione Onu perché bisogna definire le regole di ingaggio. Ci sono molte operazioni sul tavolo soprattutto di intelligence, ed è essenziale che la Ue abbia il semaforo verde dal Palazzo di Vetro».

Resta irrisolto il nodo-Libia. Meglio «cambiare carta geografica» e immaginare un futuro con tre Stati — Tripolitania, Cirenaica, Fezzan — al posto del Paese del Caos?

«Temo che, nel tempo, una ulteriore divisione non porterebbe pace nella regione. Tornare a smembrare la Libia potrebbe portare a conflitti continui e lunghi nel tempo. Credo che l’unica soluzione sia un governo di unità nazionale, ben sostenuto militarmente, con l'aiuto occidentale e ben guidato sulla via della ricostruzione e della normalizzazione».

 

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