Venerdì, 22 Gennaio 2021
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L'INTERVISTA

Camporini: «Attacchi in Libia, non è l’Albania dove il governo locale disse sì ai raid»

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«Distruggere gli scafi, bombardare la Libia? Questa non è l’Albania degli anni Novanta, dove le nostre incursioni avevano il consenso del governo locale. Qui, la situazione è radicalmente diversa. Sia Tobruk che Tripoli hanno già detto di no». Vincenzo Camporini, ex generale dell'Aeronautica Militare e capo di stato maggiore della Difesa tra il 2008 e il 2011, non nasconde critiche ai piani di intervento che Italia e Unione Europea hanno proposto all’Onu per fermare i «boss dei barconi». Il vicepresidente dello Iai, l’Istituto Affari Internazionali che ha sede a Roma, aggiunge: «Mi sembra che si stia facendo solo un gran chiacchierare di ipotesi irrealistiche».

Niente «guerra» ai trafficanti di carne umana?

«Anche se viene chiamata operazione di polizia, saremmo di fronte a un caso di uso della forza in un territorio soggetto a un’autorità, peraltro frammentata e contesa, che non concederà mai il proprio assenso. Insomma, io sono molto scettico sul fatto che l’Onu autorizzi un’operazione del genere».
Dalla Libia avvertono che sarebbe inutile tentare di affondare i barconi, perchè le bande si muovono con estrema rapidità. Appaiono e scompaiono. E allora che si fa?

«Al di là delle difficoltà per questo tipo di interventi, è facile prevedere che i trafficanti prenderanno contromisure: ad esempio, nelle navi al porto, potrebbero fare sostare qualche decina di civili che verrebbero così utilizzati come scudi umani. Se venissero colpiti, si rivolterebbe subito la comunità internazionale».

Se le cose stanno così, perchè Italia e Ue insistono?

«Io trovo veramente che si sia stia facendo un gran uso retorico di concetti privi della minima possibilità di attuazione».

L’alternativa è restarsene alla finestra?

«L’alternativa può venire solamente dalla nascita di un governo libico unico e autorevole con cui trovare un accordo. I negoziati di pace, ospitati dal Marocco, non stanno facendo progressi e la soluzione politica non si vede all’orizzonte. Credo proprio che questo fenomeno di migrazione massiccia durerà a lungo. Una soluzione, comunque, potrebbe costituita dalla creazione di campi profughi in Libia».

Cioè?

«Fermo restando che occorre sempre sempre un’intesa con chi controlla il territorio, quei campi servirebbero a realizzare uno screening tra chi ha diritto all’asilo politico e chi non ce l’ha. Per essere concreta, però, tale misura ne ha bisogno di un’altra: cioè, riconoscere a Stati come l’Italia il diritto al respingimento nei confronti di chi non ha requisiti ma ha raggiunto da clandestino le nostre coste. Pure questa idea mi sembra irrealistica, ma non vedo cosa altro si possa fare».

In caso di intervento armato di una forza multinazionale occidentale in Libia, non si corre pure il rischio di fornire formidabili armi di propaganda ai gruppi jihadisti?

«Chiediamoci, intanto, a favore di chi si dovrebbe intervenire. Il governo di Tobuk, o quello di Tripoli ...? Questo è il punto centrale. Poi, è chiaro che i raid occidentali fornirebbero un ottimo argomento dialettico perchè l’Islam radicale possa gridare all’invasione dei crociati. E, quindi, dagli ai cristiani ...».

A proposito di scontro di civiltà. La recente strage in mare, dove dodici cristiani sono stati uccisi da migranti musulmani, dimostra che è venuta meno pure la solidarietà tra disperati?

«Ma quando mai c’è stata solidarietà tra disperati! Mi sembra molto eloquente a questo proposito la storia dei capponi di Renzo (celebre episodio dei ”Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, ndr). Stiamo, comunque, vivendo un momento di cambiamento epocale con migrazioni paragonabili solo alle invasioni barbariche nella stagione conclusiva dell’Impero romanico. Staremo a vedere che mondo uscirà fuori, al termine di questo periodo».

In Iraq e Siria, intanto, lo Stato Islamico sta resistendo oltre ogni aspettativa. Un modo per ringalluzzire i «tagliagole» di mezzo mondo?

«È evidente che la capacità attrattiva dell’idea-Isis verrebbe fortemente limitata dalla sconfitta dello Stato Islamico. L’attuale resistenza, invece, nutre il desiderio di combattere. Insomma, si sta un pò riproducendo quanto avvenne in Spagna durante la guerra civile con le brigate internazionali».

Alcuni analisti, inoltre, hanno evidenziato la prova di forza offerta dal Califfato che ha sostituito senza troppi controlli Abu Bakr al-Baghdadi con Abu Ala al-Afri. L’Isis fa decisamente più paura di al-Qaeda e affini?

«Sì, purtroppo sì. Lo Stato Islamico, d’altronde, è guidato da ex quadri del partito di regime iracheno Baath (di cui fu leader Saddam Hussein, ndr) che hanno ritrovato una nuova identità. In passato avevano una notevole capacità organizzativa, ce l’hanno a maggiore ragione adesso. Per molti anni ancora, temo saremo costretti a vedere massacri a causa dello faida tra musulmani: mi ricorda molto la guerra dei trent’anni che nel Seicento insaguinò l’Europa cristiana».

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