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IN AFGHANISTAN

Bastonate, elettroshock: un terzo dei detenuti torturato

La statistica emerge da un rapporto dell'Onu

KABUL. Circa un terzo dei detenuti nelle carceri dell'Afghanistan è sottoposto a torture, applicate con 16 metodi diversi miranti ad ottenere confessioni. È quanto emerge da un Rapporto dell'Onu diffuso oggi a Kabul. Lo studio, frutto di interviste con 790 persone arrestate nell'ambito del conflitto afghano, ha mostrato che di queste 278 (35%) hanno subito torture o maltrattamenti per mano della Direzione nazionale per la sicurezza (Nds, servizi).

Commentando il contenuto del Rapporto sulle pratiche violente nelle prigioni afghane, il Rappresentante speciale in Afghanistan del Segretario generale dell'Onu, Nicholas Haysom, ha osservato che «gli sforzi del governo di Kabul per impedire la tortura ed i maltrattamenti hanno mostrato qualche progresso negli ultimi due anni». In particolare la Missione di assistenza dell'Onu in Afghanistan (Unama) si rallegra per «il recente impegno del governo per l'applicazione di un nuovo piano mirante ad eliminare le torture» dal sistema carcerario afghano. In base alle interviste, realizzate fra febbraio 2013 e dicembre 2014 per lo più con talebani ed altri militanti antigovernativi, emerge secondo il Rapporto una diminuzione del 14% dei detenuti torturati rispetto al precedente rilevamento, flessione che si deve a nuovi metodi di interrogatorio che tengono conto di un decreto presidenziale del febbraio 2013.

Ciononostante, si sottolinea, la pratica della tortura e delle vessazioni fisiche è ancora ampiamente praticata nei locali di detenzione della Nds, delle polizie nazionali e locali, e dell'esercito.  Con 16 metodi coercitivi descritti durante gli interrogatori, fra cui l'uso di tubi metallici, cavi e bastoni per picchiare il detenuto, nonchè lunghi periodi di sospensione a testa in giù, gli elettroshock e il «sottomarino», con la testa del detenuto immersa nell'acqua a forza.

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