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Il Covid affossa il terziario: persi 1,5 milioni di posti di lavoro

coronavirus, Sicilia, Economia
La protesta dei negozianti di via Chaia a Napoli, una delle principali mete dello shopping, che, con volantini esposti sulle serrande ancora chiuse, hanno annunciato che il 18 maggio, data della fine del lockdown per i negozi al dettaglio, non riapriranno, 2 maggio 2020ANSA / CIRO FUSCO

Il Covid ferma la crescita del terziario. Nel 2020, per la prima volta dopo venticinque anni di incremento ininterrotto, si riduce la quota di valore aggiunto del comparto (-9,6% rispetto al 2019) al cui interno i settori del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti arrivano a perdere complessivamente il 13,2%. Il dato emerge dal rapporto dell’Ufficio Studi Confcommercio «La prima grande crisi del terziario di mercato», secondo cui i maggiori cali si registrano nella filiera turistica (-40,1% per i servizi di alloggio e ristorazione), seguita dal settore delle attività artistiche, di intrattenimento e divertimento (-27%) e dai trasporti (-17,1%).

Ma gli effetti della pandemia hanno impattato in maniera consistente anche sui consumi con quasi 130 miliardi di spesa persa di cui l’83%, pari a circa 107 miliardi di euro, in soli quattro macro-settori: abbigliamento e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi. Quanto alle conseguenze sull'occupazione, i servizi di mercato registrano la perdita di 1,5 milioni di unità su una flessione complessiva di 2,5 milioni dopo aver creato, tra il 1995 e il 2019, quasi 3 milioni di nuovi posti di lavoro.

Infine, per quanto riguarda l’evoluzione delle imprese per forma giuridica, negli ultimi 10 anni si è registrato un progressivo e costante spostamento dal modello di ditta individuale a quello di società di capitali rivelando una trasformazione del terziario di mercato da un grande comparto di piccole e piccolissime imprese a un grande comparto costituito sempre più da imprese piccole e medie.

Nel 2020, per la prima volta nella storia economica dell’Italia, il complesso dei servizi market ha registrato una flessione del prodotto in termini reali del 9,6% che arriva al -13,2% per i settori dell’area Confcommercio. Questi ultimi, in termini di incidenza del valore aggiunto sul totale, registrano una riduzione dal 41% del 2019, massimo di sempre, al 38,8%, valore prossimo a quello raggiunto nel 2007. In particolare, il segmento del commercio, in virtù della tenuta del dettaglio alimentare, ha in una certa misura contenuto le perdite, attestandosi a -7,3%. In doppia cifra, per contro, appare la contrazione nei trasporti (-17,1%).

Di eccezionale entità quella registrata nel comparto dei servizi di alloggio e ristorazione (-40,1%), una perdita di prodotto pari ad oltre otto volte quella più grave che si ricordi negli ultimi cinquant'anni per questo specifico settore, in corrispondenza degli impatti negativi sui flussi turistici successivi all’attentato alle Twin Towers del settembre 2001.

La branca più penalizzata subito dopo i settori connessi ai movimenti turistici è risultata quella delle attività artistiche, di intrattenimento e divertimento, il cui prodotto è diminuito rispetto al 2019 di oltre il 27%. Le perdite di Pil a valori correnti lo scorso anno sono state pari a poco più di 139 miliardi di euro (-7,8% rispetto al 2019) quasi totalmente a causa del crollo dei consumi interni, inclusa la spesa degli stranieri, che ha raggiunto la cifra di circa 129 miliardi di euro (-11,7%). Le perdite di acquisti di beni e servizi sono concentrate su pochi settori di importanza capitale nell’economia italiana: vestiario e calzature, servizi di trasporto, ricreazione e cultura, alberghi, bar e ristoranti, fanno contare complessivamente contrazioni dei consumi per circa 107 miliardi di euro, pari all’83% dell’intero calo di questa componente della domanda.

La concentrazione delle perdite di consumi e valore aggiunto su pochi settori appare oggi come un elemento di debolezza del sistema e giustifica la richiesta di sostegni adeguati a transitare questa parte di tessuto produttivo dalla crisi pandemica al momento della ripresa.

Fino al verificarsi della pandemia, che ha quasi azzerato pezzi considerevoli dei servizi market, il terziario al netto del comparto della P.A. ha rappresentato l’unico canale di sbocco occupazionale in grado di inserire forza lavoro nei suoi processi produttivi, a differenza degli altri segmenti di agricoltura e industria che hanno migliorato il quoziente tra valore aggiunto e unità di lavoro prevalentemente in virtù di una riduzione delle seconde: tra il 1995 e il 2019, l’agricoltura ha perso 433mila unità di lavoro, l’industria 877mila mentre l’Area Confcommercio ne ha guadagnate 2,9 milioni, determinando l’intera crescita dell’occupazione del sistema economico (+1,5 milioni circa). Nel 2020, rispetto all’anno precedente, all’ulteriore riduzione di 512mila unità di lavoro standard nell’industria, si aggiunge la perdita di 1,5 milioni di unità nei servizi di mercato (considerando gli altri comparti si giunge a -2,5 milioni di Ula circa).

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