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LAVORO

Blocco dei licenziamenti per l'emergenza Covid, il 31 marzo la scadenza: cosa si rischia senza proroga

Il 31 marzo scade il divieto per le aziende di procedere a licenziamenti per motivi economici, sia individuali, sia collettivi. Dal 1 aprile, dunque, il Governo potrebbe dover fronteggiare lo 'tsunami' delle risoluzioni del rapporto di lavoro. Uno scenario da un milione di posti persi secondo molti, anche se fare una stima precisa appare complicatissimo e si rischia di 'sparare' numeri a caso perché sono troppe le variabili da considerare.

Certo è, che lo stop in vigore dal 17 marzo 2020 per arginare gli effetti della pandemia sull'occupazione e prorogato già per tre volte dalle norme emergenziali è uno dei nodi che il Governo Draghi deve affrontare da subito. E non a caso è il primo provvedimento in tema di lavoro che i sindacati si aspettano dal nuovo esecutivo, insieme alla proroga della Cig-Covid (a oggi hanno ricevuto il pagamento diretto dall’Inps più di 3,6 milioni di lavoratori, mentre più di 3,4 milioni hanno ricevuto la cig anticipata dalle aziende e poi subito dopo conguagliata dall’Inps). Arrivare fino all’estate con i sostegni esistenti (cassa integrazione e blocco dei licenziamenti) è una delle ipotesi cui il governo sta lavorando.

BANKITALIA, 600.000 LICENZIAMENTI EVITATI NEL 2020

Secondo una nota della Banca d’Italia, senza le misure adottate per affrontare gli effetti della pandemia, il Covid-19 avrebbe potuto causare 200.000 licenziamenti in più rispetto ai 500.000 legati a motivi economici che già si sarebbero verificati nel 2020 (in linea con l’anno precedente, quando c'erano state anche 1,3 milioni di assunzioni stabili). Considerando i 100.000 licenziamenti economici avvenuti nel privato fra gennaio e metà marzo 2020, le prime stime degli economisti di via Nazionale indicano che l’estensione della Cig, il sostegno alla liquidità delle imprese e il blocco dei licenziamenti abbiano impedito l’anno scorso circa 600.000 recessi.

ISTAT, 292.000 AZIENDE IN CRISI

A cavallo tra ottobre e novembre, l’Istat ha effettuato la seconda indagine rapida sulla situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19, rivolta alle aziende con almeno 3 addetti. Si tratta di circa un milione di imprese, con oltre 12 milioni di addetti che, nel complesso, rappresentano quasi il 90% del valore aggiunto e circa tre quarti dell’occupazione complessiva delle imprese industriali e dei servizi. Dall’indagine è emerso che le aziende più in crisi sono quasi 292.000 (291.805 per la precisione) e, attualmente, danno lavoro a quasi 1,9 milioni di addetti (1.884.826).

CNEL, LA CRISI HA COLPITO 12 MILIONI DI LAVORATORI

Di situazione «esplosiva» parla anche il Cnel nel suo Rapporto annuale, in cui ricorda che la pandemia ha colpito 12 milioni di lavoratori tra dipendenti e autonomi, per i quali l’attività lavorativa è stata sospesa o ridotta, in seguito al lockdown. Tutti questi soggetti sono stati interessati dall’erogazione di prestazioni di sostegno al reddito. A questi si aggiungono 733.611 beneficiari dell’assegno ordinario a carico del fondo bilaterale per l’artigianato, 408.608 beneficiari dell’assegno ordinario a carico del fondo bilaterale per i lavoratori in somministrazione, oltre a 4.352.000 lavoratori inclusi nel sistema speciale di protezione sociale con i decreti-legge contenenti norme di contrasto agli effetti dell’emergenza. E poi 3.259.000 autonomi, professionisti e collaboratori, 250.000 stagionali, 554.000 lavoratori agricoli, 41.000 lavoratori dello spettacolo, 31.000 lavoratori intermittenti, 5.000 lavoratori autonomi occasionali e venditori a domicilio, 212.000 lavoratori domestici.

CONFESERCENTI, 208.000 AUTONOMI SENZA LAVORO NEL 2020

Solo nel 2020 hanno perso la propria occupazione 208.000 autonomi, tra imprenditori, professionisti e collaboratori. A lanciare l’allarme è la Confesercenti, che ha chiesto al Governo politiche attive e di riconversione mirate al lavoro autonomo. Ma anche sostegni efficaci per evitare che le attività continuino a chiudere: se continua così, per la Confederazione circa 450.000 imprese rischiano di sparire a causa della pandemia. Nel dettaglio, i lavoratori in proprio e gli imprenditori sono calati nel periodo di 80.000 unità, collaboratori e coadiuvanti di 74.000, i liberi professionisti di 50.000.

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