Lunedì, 18 Novembre 2019
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CONFCOMMERCIO

Petrolio a picco, Bella: la bolletta energetica meno cara può aiutare la ripresa

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PALERMO. «Come dice il governatore della Bce Mario Draghi siamo entrati in una terra incognita». Mariano Bella, direttore dell’ufficio studi di Confcommercio, si rifugia in questa immagine per spiegare quello che sta succedendo. «È inutile che facciamo i saccenti» ammette sorridendo. «Nessuno aveva previsto un calo così forte del petrolio e nessuno riesce a dare una lettura chiara che sta accadendo. Chi sostiene il contrario non dice la verità». Mariano Bella parla mentre il prezzo del petrolio crolla a 28 dollari provocando effetti collaterali inediti. Per esempio le Borse invece di volare sulle ali del barile leggero crollano. L’economia italiana che dovrebbe correre perché la bolletta energetica scende, continua ad arrancare.

Ammettere di non aver capito e di non aver soluzioni a portata di mano è un bel bagno di umiltà per un economista che passa la vita su numeri e statistiche. Noi poveri mortali che cosa dobbiamo aspettarci?
«Facciamo una distinzione fra l’Italia e la situazione internazionale. È importante perché altrimenti la situazione, da confusa diventa indecifrabile. Lo scenario che noi come Confcommercio abbiamo immaginato per l’Italia per il 2016 è positivo. Sicuramente migliore delle attese che c’erano rispetto al 2015. Speriamo che il calo del prezzo del petrolio dia una spinta ulteriore. Per far uscire l’Italia dalla recessione servirebbe una ripresa del Pil che si aggirasse fra l’1,5 e il 2%. È un obiettivo raggiungibile anche se diciamolo francamente, non è nemmeno straordinario visto che negli anni della crisi siamo scesi del 10%. Recuperarne un quinto non è un fatto straordinario».

Dalle sue parole sembra di capire che, nonostante una previsione di crescita fra 1,5 e 2% non sia eccezionale, resta comunque difficile. Perché?
«Non vorrei che si ripetesse quanto accaduto nel 2010. Anche allora era diffusa la previsione che l’anno successivo sarebbe stato il momento della ripresa. Invece il 2011 si rivelò un anno tremendo con lo spread volato a seicento punti. Furono momenti molto difficili, come tutti ricorderanno nei quali la stabilità economica e finanziaria del Paese fu messa sotto pressione».

E ora?
«Ora vedo che l’economia sta rallentando. A marzo la crescita del Pil era stata dello 0,4%. A settembre si era ridotta allo 0,2%. Ora vediamo come finisce l’anno. Le aspettative sono positive. Perché dal nostro osservatorio abbiamo visto che i consumi di novembre sono andati bene. Anche gli acquisti di Natale hanno avuto un segno positivo come non si vedeva da molto tempo. La stagione dei saldi è partita di buona lena. La fiducia delle famiglie e delle imprese è in ripresa. Per quest’anno ci aspettiamo che prosegua la ripresa sui beni durevoli (auto, elettrodomestici, high tech). Bene anche tessili e alimentari ultimamente in crisi».

E allora da che cosa nascono le perplessità?
«Dal fatto che non tutti gli indicatori sono così brillanti. Per esempio l’occupazione: da gennaio a novembre ci sono state solo 165 mila assunzioni nonostante la decontribuzione totale. Inoltre le banche faticano a fare prestiti a famiglie e imprese. Dalle ultime statistiche risulta che i due terzi delle risorse che le banche commerciali ricevano da Bruxelles con il quantitative easing tornano sui depositi overnight».

Che cosa vuol dire?
«Vuol dire le banche lasciano i soldi sui conti aperti presso la Bce. Preferiscono pagare una commissione del 0,3% anziché dare prestiti ed erogare mutui. Non a caso lo stock dei finanziamenti delle banche erogati nel 2015 è inferiore a quello dell’anno precedente».

E come mai?
«Perché hanno paura delle sofferenze. Vista la lentezza con cui stiamo uscendo dalla crisi i banchieri temono che i soldi prestati non tornino più indietro. A questo aggiungiamo anche che non ci sono all’orizzonte programmi di investimento veramente importanti. Le aziende appaiono timide. Fino a quando non ci sarà una prospettiva chiara è difficile che facciano partire progetti impegnativi».

Eppure la situazione dovrebbe essere chiara: se scende il petrolio l’economia sale. È sempre andato così. Che cosa è cambiato?
«La globalizzazione ha creato situazioni non ancora esplorate. È vero che se il prezzo del petrolio scende calano i nostri costi di produzione. Però è anche vero che gli arabi ritirano i loro investimenti dall’Europa perché hanno bisogno di risorse all’interno. La Russia smette di comprare. I cinesi, se rallenta la crescita della loro economia, smettono di essere il miglior mercato del mondo per il made in Italy».

E questo quanto incide sull’economia italiana?
«È quello che stiamo cercando di capire. Il governo ha assolutamente bisogno che l’economia cresca del 2%. Altrimenti nel 2017 scatteranno le clausole di salvaguardia imposte dall’Europa che abbiamo schivato quest’anno. Vuol dire un aumento delle tasse di quindici miliardi fra Iva, accise e altre imposte. Altri cinque sono previsti nel 2018. È chiaro che se dovesse arrivare questa stangata sarebbe la fine per tutti i sogni di ripresa economica. Ecco perché bisogna essere molto cauti nelle previsioni».

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