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L'INTERVISTA

Ipsos, Comodo: fiducia nei partiti ai minimi storici, gli italiani credono sempre meno alla politica

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Luca Comodo, direttore della divisione politico-sociale dell’istituto milanese di ricerca e sondaggi, offre la ”cifra” del difficile e scorbutico rapporto tra cittadini e politica

PALERMO. «Cinque volte l’anno, noi di Ipsos rileviamo la fiducia degli italiani nelle istituzioni. E, oggi, i partiti sono al 17 per cento. Tenga conto, comunque, che in Francia sono al 5!». Luca Comodo, direttore della divisione politico-sociale dell’istituto milanese di ricerca e sondaggi Ipsos, offre la ”cifra” del difficile, scorbutico rapporto tra cittadini e politica. Nel nostro Paese, ma non solo.

Cittadini sempre più allergici ai partiti?
«Storicamente, gli italiani nei partiti non credono. Il calo della fiducia è stato consistente già a far data dagli anni Ottanta, col venire meno della relazione tra i grandi partiti di massa e le loro organizzazioni collaterali che creavano sistemi di consenso. I picchi negativi, poi, sono arrivati con le grandi crisi: Tangentopoli e, adesso, gli scandali più recenti che segnano una condizione sempre più corrotta del ceto politico».

Almeno a vantaggio del Pd, Matteo Renzi può contribuire a ridurre le distanze?
«Solo in una certa misura. Renzi è qualcosa di parzialmente diverso dal Pd, perchè è un leader percepito da molti come una personalità molto autonoma rispetto a quel partito. Teniamo conto, d’altronde, che lui è riuscito a mantenere nel suo elettorato una certa trasversalità: quelli che si collocano nel centrodestra ma votano Pd sono al 22 per cento, addirittura in numero superiore rispetto a quanti si dicono di sinistra che sono al 20. Circa il 56, invece, gli elettori di centrosinistra».

Almeno a vantaggio del Pd, Matteo Renzi può contribuire a ridurre le distanze?
«Solo in una certa misura. Renzi e qualcosa di parzialmente diverso dal Pd, perche e un leader percepito da molti come una personalità molto autonoma rispetto a quel partito. Teniamo conto, d'altronde, che lui è riuscito a mantenere nel suo elettorato una certa trasversalità: quelli che si collocano nel centrodestra ma votano Pd sono al 22 per cento, addirittura in numero superiore rispetto a quanti si dicono di sinistra che sono al 20. Circa il 56, invece, gli elettori di centrosinistra».

Un ricordo del passato, la «sezione». Qual è il tasso di impegno politico e in che modo si manifesta?
«Il tasso è bassissimo, negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una riduzione progressiva di iscritti e sezioni. Siamo, però, anche un Paese fortemente politicizzato perchè si parla molto di politica. Malgrado le critiche, inoltre, la partecipazione alle elezioni è stata sempre molto alta, se la compariamo a quella delle grandi nazioni sviluppate dell' Europa. L' incremento dell' astensionismo, cui stiamo assistendo negli ultimi anni, va quindi letto come un prodotto del rifiuto della politica, ma anche come un dato classico dell' evoluzione della partecipazione nei sistemi democratici avanzati.
L' individualismo dei cittadini si esaspera e diventa un fattore di allontanamento dalla politica che non solo è criticata, ma soprattutto viene ritenuta inutile».
Qualche istituzione dovrà pure salvarsi ...
«Per quanto riguarda le istituzioni che hanno da fare con la politica, sicuramente la Presidenza della Repubblica. Oggi, gode circa il 64 per cento del consenso. È un fenomeno classico, accresciuto da presidenze di peso come quelle di Ciampi e Napolitano, e si spiega col fatto che il Paese non ha molti punti di riferimento. Recentemente, poi, ne ha perso uno forte: l' Unione Europea.
Ancora a metà del 2014 si collocava al 58 percento, a luglio di quest' anno era al 42 percento. Un crollo dovuto alla questione migranti, vissuta dai cittadini come un inaccettabile chiamarsi fuori. Si sommano, poi, gli effetti dell' austerità e di politiche come quella alimentare che producono disaffezione».

Bruxelles è lontana. I municipi, invece, sono a un passo da casa nostra. Ma riescono anche ad accen dere la passione civile degli italiani?
«Alle elezioni comunali la partecipazione è sempre più bassa, anche rispetto alle ultime Politiche. Nelle singole consultazioni non si arriva al 75 per cento, registrato invece nel maggio 2013 in occasione del rinnovo del Parlamento. Il livello locale, insomma, non è quello della salvezza. I cittadini, peraltro, non assolvono i Comuni dalle responsabilità negli sprechi. Una quota rilevante, inoltre, ritiene che il proprio sindaco faccia parte della casta. Cioè, che sia uno come gli altri. Sono tutti dati contenuti in un nostro recente sondaggio».

Numeri?
«Per oltre la metà degli intervistati, il 53 percento, i Comuni sprecano tanto. Certo, siamo lontani dal giudizio negativo sull' amministrazione centrale dello Stato e sulle Regioni che sono addirittura al 90 e all' 81 per cento. Invece, il 37 per cento dei residenti nelle città superiori a 100 mila abitanti risponde "molto" e il 14 "in parte" alla domanda su sindaco e casta. Questa quota è maggioritaria anche tra i residenti del centro -sud. Tutto ciò e preoccupante, perche negli anni di Tangentopoli il livello locale teneva. Oggi, anche lì si nota uno scollamento».

Poco trasporto per la vita di Palazzo, molto volontariato sociale?
«Noi siamo un Paese in cui il volontariato è consistente, abbiamo una struttura diffusa e storica: pensi alle Misericordie. I dati Istat sono eloquenti (a dicembre i "volontari operativi" erano 6,63 milioni, ndr). Con la crisi, però, si sono ridotte le donazioni e la partecipazione. Adesso, si suppone un progressivo ritorno perchè gli italiani ritengono che la ripresa sia cominciata».

Ottimismo ritrovato?
«È tornata la fiducia anche a livello familiare. Sino a luglio, l' indicatore sulla percezione della ripresa del Paese era in netta crescita. Da settembre, lo è anche quello relativo alle prospettive di miglioramento della condizione personale. Ce lo dicono, d' altronde, anche tre indicatori.
Innanzitutto, più italiani sono andati questa estate in vacanza. Dall' inizio della crisi, invece, erano sempre stati in calo. Inoltre, anche se solo di qualche decimale, hanno aumentato la spesa. Infine, stanno crescendo le assunzioni per effetto del Jobs Act che, comunque, e ancora tutto da valutare».

La riforma del lavoro, tra le mosse più popolari dell' attuale esecutivo?
«Partiamo, intanto, con l' affermare che i cittadini ritengono secondario l' elemento programmatico nella valutazione di partiti e governo. Credono, infatti, che tutti dicano più o meno la stessa cosa e quindi preferiscono scegliere la persona. I singoli provvedimenti, poi, contano più dei grandi progetti: ad esempio, il bonus 80 euro ha pesato maggiormente che non la ristrutturazione del sistema fiscale. Anche la riforma del lavoro è vista con favore, mentre il taglio della tassa sulla prima casa inevitabilmente piace ma è guardata con sospetto. Per il 60 per cento degli italiani, come riportato in un nostro sondaggio, i soldi non ci sono e l' abolizione dell' Imu sarà recuperata con altre tasse per i cittadini».

Dopo il rapporto Svimez, tutti a festeggiare il più piccolo segnale di ripresa. Specie al Sud, l' effetto -Renzi resisterà ai colpi della crisi economica?
«Dipende dal modo in cui andrà la crisi. Se il clima del Paese cambia, come sta cambiando, e i segnali di ripresa si consolidano, io penso che Renzi ne beneficerà. Ad ogni modo, non ci sono alternative. È vero, comunque, che al Sud la situazione è più pesante. Non è per nulla casuale che la percezione positiva da noi rilevata si concentri soprattutto al Centro -Nord. Nel Meridione, la fiducia risulta più ridotta. Questa, però, è una costante degli ultimi quarant'anni».

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