Sabato, 06 Giugno 2020
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L'INTERVISTA

Marini: «Il 66,1% dei siciliani rinuncia al posto fisso»

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PALERMO. «Avevo solo due alternative - restare all' ufficio postale e impazzire... o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire difame. Decisi di morire difame». Nella scelta tra posto fisso e lavoro che piace, Charles Bukowski ha mostrato coi fatti di non avere dubbi. La corsa al posto fisso è difficile da comprendere fuori dall' Italia ma anche nel nostro paese- dove pure il concetto di mobilità e opportunità, come di meritocrazia, non è esattamente un pilastro imprescindibile - sembra scemare l' ossessione per il «tempo indeterminato», per il «million dollar job», e si assottiglia il gruppo di chi sceglie la sicurezza di una sedia dietro la scrivania, per sempre. Insomma, non fa più gola ricevere, come ricordo di 40 anni di diligente lavoro presso la stessa azienda, il mitico orologio fantozziano. Oggi una ricerca sugli orientamenti lavorativi portata avanti da Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, offre risultati meno scontati rispetto alle previsioni. Potendo scegliere, due terzi degli italiani preferirebbero un lavoro che offra possibilità di crescita professionale e di reddito, anche se flessibile (69,8%), mentre il restante terzo (30,2%), pur di avere un posto fisso, rinuncerebbe alle possibilità di carriera. «Un cambiamento culturale, anche se nella popolazione prevale ancora un sentimento di preoccupazione e disorientamento», è il commento di Daniele Marini, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all' Università di Padova, che ha condotto lo studio. Vuoi vedere che aveva ragione l' allora premier Mario Monti quando, scuotendo la testa in tv disse: «Che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita»? Allora, prontamente, i giovani - destinatari di quel messaggio che invitava gli italiani a scrollarsi di dosso alcune insensate abitudini - gli ricordarono che le banche preferiscono le persone monotone quando si tratta di sganciare un mutuo.
Lei parla di cambiamento culturale, di passaggio dal «posto» al «percorso».
«Il lavoro è immaginato come "percorso" ed evidenzia come, a parità di condizioni, la dimensione della gratificazione personale e dell' investimento soggettivo sul lavoro abbiano assunto un ruolo centrale nelle preferenze delle persone. Abbiamo indagato i cambiamenti culturali legati all' occupazione, in questi anni sono avvenuti cambiamenti profondi anche nelle culture, non solo nelle tipologie di lavoro, e l' introduzione delle tecnologie ha fortemente segnato il campo. Il lavoro si è articolato e differenziato nei luoghi, nei tempi e nelle modalità. Non è pensabile che, mutando le condizioni, non si adegui l' orientamento. Il risultato dello studio risponde a una dimensione che deve essere compresa: ciascuno di noi, con intensità diversa, nel lavoro cer ca elementi di gratificazione, anche perché, non dimentichiamolo, il lavoro, è un fattore di identità che ci definisce».

La Sicilia si accoda al dato nazionale?
«Non esistono differenze significative tra il dato locale e quello nazionale. La Sicilia si ferma al 66,1, nel preferire un posto con prospettive, anche se flessibile, poco lontano dal 69,8 italiano. Solo il 33,9 opta per il posto fisso».
Pur di non stringere un patto con il demone della disoccupazione e pur di trovare il lavoro che piace, il trasferimento non fa paura ai siciliani.
«È vero, in Sicilia c' è, più che altrove, una propensione verso l' estero, visto come luogo di maggiori prospettive. Infatti alla nostra domanda se per fare il lavoro desiderato è giusto trasferirsi, se necessario, in Sicilia risponde sì il 92%, in Italia l' 84,6%. In particolare, ritiene che l' unica speranza sia andare oltre confine l' 85,7% dei siciliani contro il 68,5% degli italiani. I numeri evidenziano che, nell'immaginario collettivo, l' Isola non è un luogo attrattivo per il lavoro che si vuol fare. In generale non dobbiamo avere uno sguardo provinciale, l' Europa è il nostro mercato domestico, gli spostamenti sono facili e a costi contenuti, negli Usa la mobilità è la regola. Siamo affetti da strabismo: vogliamo un lavoro gratificante e flessibile ma lo immaginiamo all' estero».

Altri numeri siciliani...
«La garanzia del posto stabile e ben retribuito la dà il pubblico solo per il 47,3% degli intervistati, a fronte del 61% del dato italiano: e qui pesano le casse vuote della Regione. Per il 78,4% dei siciliani, inoltre, bisogna accettare solo il lavoro che si ama fare, una percentuale che in tutta Italia scende al 55,5%».
Il pubblico non piace più di tanto ma poi troviamo una folla immensa di candidati che partecipa ai concorsi.
«Il contrasto è solo apparente. In questi anni di crisi si chiede una "garanzia" e, in questo senso, l' unica isola rimasta in cui il lavoro è assicurato, è quella del pubblico: se approdi lì, nessuno ti caccia via. Un tempo, se si veniva assunti in banca, all' Enel, alle Poste era quasi una garanzia: proviamo a chiederlo oggi a un bancario se si sente così sicuro...

È preoccupante l' idea, come risulta dal sondaggio, che le giovani generazioni in futuro avranno condizioni peggiori di quelle dei loro genitori.
«È presente la consapevolezza che le generazioni precedenti abbiano eroso risorse di ogni genere: sprechi tipo le baby pensioni o tutte le altre condizioni favorevoli, avallate in passato da una cattiva gestione delle risorse pubbliche, sono un' eredità pesante. Il 71,2% (74,1 in Italia) degli intervistati in Sicilia pensa che in futuro avrà una posizione sociale ed economica peggiore rispetto ai genitori: un dato inquietante che unisce il Paese. Sembraci sia un' allergia nel toccare i temi seri del lavoro: sì, c' è stata la legge Biagi, il Jobs Act rende tutto più flessibile ma non si è mai affrontato il sistema degli ammortizzatori sociali. In Germania, in Danimarca esistono servizi che permettono l' accesso a corsi di riqualificazione con un sussidio pari alla paga perduta, da noi ci si deve arrangiare. Non è un caso se solo il 4% circa dei collocamenti transiti dagli uffici dei Centri pubblici per l' impiego. L' assenza di una rivisitazione del sistema degli ammortizzatori sociali e degli interventi indirizzati a sostenere l' occupazione dei lavoratori, scarica su famiglie e individui l' onere di un sostegno. Bisogna pensare a un sistema di formazione continua per adulti, e a una serie di interventi sugli ammortizzatori sociali, altrimenti si generano sprechi. Ma serve una volontà politica».

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