Mercoledì, 27 Maggio 2020
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L'ANALISI

Fondi europei, i progetti in Sicilia compromessi dalla burocrazia

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Piovono in Sicilia 4,6 miliardi di euro con il nuovo ciclo di spesa dei fondi europei; bisogna investirli entro il 2020. Queste somme provengono da Bruxelles per il 75%; a titolo di cofinanziamento la Regione deve contribuire con 350 milioni, mentre lo Stato deve apportare circa 800 milioni. Per quanto la quota siciliana sia appena del 7%, non sarà comunque agevole per il sofferente bilancio siciliano trovare queste poche risorse.

Per chi fa ancora di conto con le vecchie lire, si tratta di un volume complessivo di investimenti di 8.825 miliardi. L’ammontare delle risorse a disposizione e le aree di intervento (sulle quali torneremo), rappresentano un potenziale straordinario per la Sicilia; non è esagerato immaginare che, al verificarsi di certe condizioni, si tratti di interventi in grado di cambiare la realtà dell’Isola. Non mancano le criticità, ma intanto “godiamoci” il via libera della Commissione Europea, che ci ha permesso di acchiappare le regioni più virtuose, staccando tutte le altre.

Nella storia dei fondi europei i volumi di spesa e la qualità degli interventi realizzati in Sicilia non sempre coincidono. Fino a 60-70 mila progetti finanziati per ogni ciclo, hanno determinato quella polverizzazione della spesa che ne ha fatto uno strumento inidoneo ad incidere sulla realtà socio-eonomica e sulle strutture produttive della regione. Va detto però che questo andazzo, fatto di mille e mille micro interventi in favore di qualche fontanella, qualche lungomare o magari qualche panchina, ha ceduto il posto, nell’ultimo ciclo di spesa dei fondi europei, ad un approccio più sistematico, che ha lasciato sul territorio opere imponenti e di portata strategica; è il caso, tra l’altro, di alcuni lotti dell’autostrada Siracusa-Gela, della super strada Agrigento-Caltanissetta, di due acquedotti a servizio delle province di Agrigento e Trapani, del passante ferroviario e dell’anello ferroviario sotterraneo di Palermo, del tram nella stessa città, della modernizzazzione della linea ferroviaria Palermo-Agrigento, della Circumetnea. Mai si era registrato un cambio di passo (nella individuazione degli interventi e nei tempi di realizzazione) come nell’ultimo ciclo di interventi.

Questi fatti recenti potrebbero indurre ora ad un maggiore ottimismo nell’impiego della nuova dotazione di fondi europei, ma il diavolo si cela sempre nei dettagli. Se vogliamo chiamarli così. La difficile situazione di cassa della Regione siciliana è frutto, come è ormai acclarato, di un deficit “strutturale e consolidato” del bilancio, nel cui ambito le uscite sopravanzano puntualmente e sensibilmente le entrate; e quando Regione e Parlamento dovranno scegliere, ad esempio, tra i precari ed il cofinanziamento degli investimenti europei o tra gli stipendi dei forestali ed il cofinanziamento di una grande infrastruttura, sorge qualche dubbio sulle priorità che saranno individuate. Il 12 agosto scorso il presidente Crocetta ha firmato una direttiva che da priorità alla spesa dei fondi europei, ma non si possono certo ignorare gli effetti delle piazze in subbuglio quando, comunque, bisognerà scegliere.

C’è poi il problema del personale; l’ultimo botto lo ha provocato l’assessore Contrafatto, che ha denunciato come la indisponibilità al trasferimento di appena 25 funzionari ed impiegati regionali - su un totale di venti mila dipendenti diretti - abbia bloccato più di un miliardo di fondi per i depuratori e l’intero sistema di smaltimento dei rifiuti. È evidente la difficoltà della politica a mettere mano alla riorganizzazione della “elefantiaca” macchina regionale. La spesa dei fondi comunitari risulta così compromessa anche dal problema del personale.

La inefficiente distribuzione tra gli uffici, l’acredine strisciante per il blocco dei contratti, la difficoltà di tanti dipendenti ad identificarsi con i bisogni della collettività siciliana, le titubanze della politica nell’assumere decisioni che possono anche essere impopolari ma comunque necessarie, il comodo gioco del rinvio ad altri della responsabilità delle scelte mancate, sono tutte questioni - queste ed altre - che tengono ben rinserrata la macchina regionale nel bozzolo dell’autoconservazione. Persino la stessa scelta di incentivare i prepensionamenti per alleggerire il carico degli occupati, rischia di penalizzare ulteriormente la funzionalità amministrativa; allo stato dell’esperienza fatta non è preconcetto immaginare, infatti, che la strada del pensionamento possa allontanare chi è sotto il carico maggiore di lavoro e non piuttosto quanti – non sapremmo dire in che numero – assicurano un contributo lavorativo ridotto. Non possiamo accettare, diceva qualche tempo fa un dirigente regionale, che qualche centinaio di persone faccia il lavoro che gli altri venti mila non fanno. Magari le proporzioni non saranno proprie queste, ma certo il problema esiste, mentre la soluzione è assai più difficile da scovare.

La Commissione Europea ha chiesto alle regioni ed ai ministeri interessati di attivare una procedura per reperire le professionalità necessarie; si chiama PRA, Piano di rafforzamento amministrativo. Un po’ tutte le regioni sono impegnate, con livelli di avanzamento differenti, a sciogliere i nodi principali sotto il profilo amministrativo, organizzativo e procedurale. È questa la scommessa; è questa una possibile soluzione. Peccato che gli uffici della Regione siciliana stiano trattando però la proposta europea con la stessa tempestiva efficacia di... una pratica!

Con una massa imponente di quattrini che ci arriva dall’Europa ed in piccola parte dal cofinanziamento statale e regionale, la Sicilia è davanti ad un bivio senza alternative: puntare sulla carta dello sviluppo reale in alternativa all’occupazione assistita e dare, per questa via, una speranza ai Siciliani. Sarebbe impensabile, anche se non impossibile, restare impiccati ad un bilancio orientato soltanto alla spesa assistitita, ad un apparato di dipendenti senza strategie ed obiettivi, alla rigidità delle regole europee, alle pressioni della “piazza” per finanziare anche l’ultimo campanile.

È, quella davanti al governo ed al Parlamento, un’occasione non ripetibile per tentare di riagganciare il resto del Paese e del Mezzogiorno. Il Giornale di Sicilia seguirà con attenzione l’evolversi dei fatti, cominciando con il raccontare degli obiettivi strategici e delle tante risorse che l’Europa ci offre.

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