Giovedì, 18 Luglio 2019
L'INTERVISTA

Sale la disoccupazione, Di Vico: «Dati non legati al jobs act, il lavoro non si crea per legge»

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L’editorialista: le imprese sfruttano il vantaggio dei contratti a tempo indeterminato, risparmiano ottomila euro l’anno

L' Istat segnala che la disoccupazione è tornata a salire a febbraio smentendo gli incoraggianti segnali di dicembre e di gennaio. Particolarmente preoccupanti sono le indicazioni relative al lavoro femminile e a quello giovanile che mostrano preoccupanti segnali di crescita. Questi dati hanno scatenato le diverse tifoserie. Le opposizioni, a cominciare da Renato Brunetta, parlano del Jobs Act come di un «Flop Act». Il governo, attraverso il ministro Poletti, invece, sostiene che come sempre accade al termine di una lunga crisi i dati non sono del tutto stabilizzati. Un po' come la luce che risulta particolarmente incerta nel passaggio fra la notte e il giorno. Chi ha ragione? Davvero siamo a una svolta oppure è un' altra falsa partenza dopo quella dell' anno scorso? Lo chiediamo a Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera di cui è stato anche vice direttore.
Ma soprattutto osservatore attento del mercato del lavoro e delle mutazioni che l' attraversano.

 

Come giudica questi dati sull' occupazione forniti dall' Istat?
«Francamente eviterei di parlare di temi così delicati con i toni da talk -show che sento in giro. È chiaro, infatti, che i risultati si devono consolidare e non si può commentare giorno per giorno quello che accade visto che non c' è una strada ancora ben delineata. Prima di esprimere un giudizio compiuto aspetterei di avere in mano una serie storica più consolidata. Fra l' altro a voler proprio essere pignoli i primi decreti attuativi della riforma sono entrati in vigore il 7 marzo. Quindi i dati dell' Istat fotografano una situazione precedente. Comunque è chiaro che il problema non è questo».

 

E qual è?
«Il lavoro non lo fanno le regole ma l' economia ed è fuori discussione che i segni della ripresa sono molto incerti. Da qui la contradditorietà almeno apparente dei dati».

 

Ha ragione, Poletti, quando dice che si tratta di risultati non ancora stabilizzati su cui non è il ca sodi trarre conclusioni affrettate?
«Per molti versi il ministro ha ragione. Le critiche molto aspre che arrivano da Brunetta e da altri membri della minoranza sono certamente frutto di esasperate logiche di schieramento. Abbiamo perso più di un milione di posti di lavoro in pochi anni. I disoccupati sono tre milioni e circa altrettanti fra cassa integrazione, mobilità e altro. Riassorbire uno choc così violento non è semplice né immediato. Detto questo è stato lo stesso Poletti a creare aspettative molto alte annunciando che il peggio è passato e ormai è in corso la ripresa favorita dalla diffusione dei nuovi contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Un trionfalismo sbagliato tanto quanto le critiche. Un anno fa quando si insediò il governo Renzi la disoccupazione era al 12,5%. Oggi è al 12,7%».

 

Sono variazioni piccole ma comunque indicative di un peggioramento. Ma allora le cose come stanno?
«La situazione è questa. In questo momento è in corso una rilevante migrazione di contratti dalle precedenti forme di flessibilità al contratto a tempo indeterminato. Così le imprese sfruttano il vantaggio contributivo che consente di risparmiare ottomila euro l' anno per ogni assunzione. Ventiquattromila in tre anni. È un provvedimento slegato dal Jobs Act perché fa parte della Legge di Stabilità del 2015. Tuttavia è chiaro che si tratta di iniziative collegate».

 

Quindi in questo momento più che il Jobs Act sta funzionando lo sgravio fiscale?
«I dati dell' Istat si riferiscono a febbraio quando non era ancora chiara la data di approvazione dei decreti attuativi. Ma comunque non starei a discutere per uno zero virgola in più o in meno sulle statistiche. Gli industriali affermano che finora è stato impossibile sostenere l'occupazione non tanto perché mancava il Jobs act quanto per la caduta delle attività, il vero fil rouge dei terribili anni che abbiamo alle spalle. Il tasso di occupazione resta molto basso: lavora solo il 55% delle persone».

A guardar bene non è proprio che la migrazione dai contratti flessibili a quello a tempo indeterminato per quanto incentivato si stia dimostrando un successo. A pagare il prezzo maggiore sono, come sempre, le categorie più deboli: i giovani perché le imprese assumono poco. Le donne perché non sempre la rinuncia alla flessibilità è considerata un vantaggio. E allora la domanda: siamo proprio sicuri che il contratto a tutele crescenti sia la soluzione di tutti i problemi?
«La verità è che niente resta mai del tutto fermo e durante la Grande Crisi l'impresa italiana ha subito una metamorfosi. Si è ristrutturata acquisendo un profilo più snello e favorendo la nascita di filiere produttive competitive. Nel frattempo ha aumentato l' insediamento nei mercati esteri con molte puntate nei Paesi emergenti e conquistando posizioni in quelli di più tradizionale presenza. Naturalmente non si può dire che tutti gli imprenditori abbiano mostrato entrambe le capacità, che tutti si siano rivelati degli straordinari capitani coraggiosi, anzi proprio il peso assunto dall' export ha generato una drastica polarizzazione delle aziende tra quelle che hanno corso anche sotto la pioggia e quelle travolte dal crollo della domanda interna. I segnali che in questi giorni arrivano dai territori sono incoraggianti e sarebbe da masochisti ignorarli. Le medie imprese italiane scommettono sulla ripresa al punto che secondo l' ufficio studi di Intesa Sanpaolo i distretti italiani, smentendo chi ne aveva decretato il de profundis, a fine 2015 recupereranno addirittura i livelli di fatturato del 2008. Se tutto ciò dovesse avvenire non sarà stato solo per effetto delle nuove regole del lavoro quanto per la forza intrinseca di una cultura industriale, quella dei nostri imprenditori, che si è rivelata capace di affrontare la discontinuità».

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