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CORONAVIRUS

Il bluff dei tamponi rapidi per viaggiare dall'Inghilterra alla Sicilia

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L'obbligo del test può essere aggirato con il kit acquistato on line: basta scattare la foto prima che il processo sia completo, l'esito risulterà negativo
coronavirus, Sicilia, Cronaca
Londra, Regno Unito

Positivo al test Covid eseguito a Londra, ma negativo sul referto del laboratorio che gli ha venduto il kit online, dunque autorizzato, sulla carta, a prendere il primo volo per Palermo o Catania, ed ecco servito il bluff del tampone rapido sull’asse Regno Unito-Sicilia. Sembra la scena di un racconto di fantasia, con protagonista il corregionale che torna dalla Gran Bretagna, dove risiede o dov’è stato per un viaggio di piacere, oppure il turista inglese diretto in Italia, eppure, a sentire le testimonianze di alcuni siciliani che vivono al di là della Manica, il «trucco» è a portata di mano, e anche molto usato.

Ma come funziona esattamente? Per capirlo bisogna prima ricordare che la normativa anti-Covid italiana, per chi si sposta dal Regno Unito al nostro Paese, prevede un test da effettuare entro 48 ore prima della partenza, oppure, in alternativa, una quarantena di cinque giorni sul territorio tricolore. Ma occorre aprire anche una piccola parentesi sui prezzi dei Covid test in Gran Bretagna, tra i più salati in scala europea se eseguiti in un laboratorio privato, con costi che arrivano fino a 150 euro al pezzo, abbastanza economici (fino a un minimo di 25 euro) se acquistati invece online, sul portale di una delle tante aziende britanniche che propongono kit in offerta. Ebbene, da Londra, diversi siciliani segnalano che in Inghilterra, per viaggiare all’estero, quasi tutti, se non tutti, comprano i tamponi rapidi sul web per averli poi direttamente a casa o in albergo nel giro di due giorni. A quel punto, il risultato dell’esame, effettuato in camera caritatis, dipende solo dall’etica dell’acquirente. Se prevale l’onestà, il soggetto aspetta l’esito del test, pronto in dieci minuti, quindi appoggia il passaporto sulla provetta, scatta una foto e la invia al laboratorio di riferimento, che si limita a costatare l’immagine per poi inviare il referto all’email dell’interessato, in circa mezz’ora. Altrimenti, la foto si può scattare immediatamente, subito dopo il tampone, senza aspettare il risultato, immortalando così un kit non ancora «sviluppato», allo stadio negativo. In quest’ultimo caso, il laboratorio non potrà che emettere un certificato di negatività e l’acquirente, anche risultando positivo dopo i fatidici dieci minuti, intascherà comunque il via libera per l’Italia, e nessuno, né la compagnia aerea in fase di partenza né le autorità sanitarie a Palermo o a Catania, avranno alcunché da ridire sul quel documento. Il rischio bluff solleva subito una questione: quanti falsi negativi sono sbarcati in Sicilia durante l’estate che si è appena conclusa? Impossibile rispondere.

Di certo, realizzare un trucco del genere nel nostro Paese è impensabile, e la notizia conforta in vista del 15 ottobre, quando l’obbligo del green pass sarà esteso in ogni contesto lavorativo. Meno confortante, quantomeno per i non vaccinati, sapere invece quanto occorrerà spendere in tamponi - in Italia gratis nei drive -in solo per gli immunizzati - per rinnovare periodicamente il certificato verde: nella migliore delle ipotesi, tra 45 e 90 euro a settimana. Difatti, i test più economici in commercio sono quelli rapidi, validi per 48 ore ai fini del documento dunque da effettuare tre volte ogni sette giorni, al costo massimo di 30 euro a pezzo se a immunofluorescenza o di terza generazione, e minimo di 15-17 euro se di prima generazione, un po’ meno sensibili.
Se invece si vuole prolungare a 72 ore la validità del green pass, bisogna effettuare un molecolare, ma i costi lievitano da 50 a 100 euro al pezzo perché questi test non rientrano nel protocollo d’intesa che ha calmierato i prezzi degli antigenici.

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