Domenica, 17 Gennaio 2021
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L'INTERVISTA

Covid, medico siciliano a casa dei pazienti al Nord: "L'unica soluzione le visite a domicilio"

di
coronavirus, Riccardo Munda, Sicilia, Cronaca
Riccardo Munda

Si chiama Riccardo Munda ed è un medico di base siciliano che in provincia di Bergamo, in piena pandemia, ha salvato migliaia di vite con la sola vecchia e buona pratica dell’assistenza a domicilio. Sul suo conto si è sparsa la voce e ogni giorno fino a tarda notte il dottor Munda risponde a decine di telefonate, prende appuntamenti anche con persone che non rientrano nell’elenco dei suoi assistiti, e raggiunge città ben lontane dalla provincia di Bergamo: tutto perché, come dice lui, “non so dire di no a una persona in difficoltà”.

Dottor Munda, lei è nato a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, perchè ha deciso di lavorare in provincia di Bergamo?

"Finiti gli studi ho fatto delle domande per fare guardia medica in alcune province della Lombardia. Mi hanno subito chiamato dall’Asl di Bergamo est e ormai lavoro qui da quasi 7 anni. Mi sono sempre trovato benissimo, questa è casa mia".

I suoi pazienti si dividono tra vari comuni lombardi, ma lei non visita solo loro...

"Ho 1400 assistiti tra i comuni di Selvino, Aviatico, Nembro, Bolzano, poi è vero che vado a vedere pazienti anche a Milano, Lodi, Brescia, sono perfino arrivato a Torino. Adesso mi hanno scritto parecchie persone dal Piemonte, perché credono che io vada spesso da quelle parti, ma non è così, ci sono andato solo per la zia di un amico che stava molto male. La signora, che aveva due volte sconfitto il cancro, era tampone positivo, sintomatica da quasi 10 giorni e con la terapia che le avevano dato per telefono peggiorava ogni giorno di più; la stavano lasciando morire a casa con una polmonite, praticamente. Io sono andato a trovarla, ho iniziato la mia terapia e la signora è guarita. Ora si aspetta il risultato del tampone, vediamo se si è negativizzato".

Lei infatti non ha perso nessuno dei suoi pazienti per il Covid.

"È così, fortunatamente".

E come è possibile?

"Grazie alla cura e alla visita, prerogativa indispensabile per la guarigione. Da che mondo è mondo la diagnosi si fa per telefono e la terapia la si dà seduti sulla sedia? Io non penso che si possano avere dei risultati positivi senza dei sacrifici, come quelli di andare a visitare il paziente, ora più che mai. Secondo me è questa l’unica strada percorribile, poi si può continuare a fare lockdown ogni due mesi per il resto della nostra esistenza, è una questione di scelte. Per me va bene, tanto non penso che per il prossimo lockdown farò ancora il medico di base".

Perché?

"Perché mi sto esaurendo. Passo ogni giorno a rompermi la testa sui programmi per fare le segnalazioni, per fare i certificati, arrivo a fine giornata molto più stanco di quando c’era il covid, perché qua covid, a parte lo scherzo, non ce n’è più. Da 7 mesi non ho pazienti che stanno male, ho pazienti che hanno 2-3 giorni di febbricola, qualche colpo di tosse. Eppure, anche se qualche mese fa visitavo 25-30 pazienti al giorno, e avevo contemporaneamente 4 pazienti con polmonite da gestire a casa, adesso sono più stanco di allora. Perché? Perché dobbiamo fare i certificati con dei programmi che non funzionano, ci sono anomalie improvvise del sistema che mandano in fumo ore passate ad inserire i dati degli assistiti. Dico la verità: a breve lascerò uno dei due incarichi, o Nembro o Selvino, ho già parlato con l’Asl, non ce la faccio più".

Quindi il problema principale è la burocrazia?

"Sì. Io sono pagato per lavorare 3 ore al giorno, ma lavoro non meno di 11 ore. Noi non vogliamo fare certificati. Fino a poche settimane fa dovevo fare una segnalazione per ogni persona che mi comunicava di avere sintomi, e questo significava perdere tre quarti d’ora a persona, quando andava bene. Quando devo fare l’ambulatorio io? Quando devo andare a visitare i pazienti? Ogni tanto mi arrabbio però anche con i colleghi, perché dagli assistiti mi sento dire sempre la stessa cosa: 'Il mio medico mi ha dato questi farmaci per telefono', e se sto continuando a fare la vita terribile che ho fatto durante la prima ondata è per casi come questi".

Quindi forse si stanno perdendo le buone pratiche della vostra professione. In favore di cosa?

"Non so dirle a cosa può essere dovuto, però è una questione di coscienza a volte, e di carattere. Io non riesco a dire di no quando mi chiamano i miei assistiti, non riesco a dire di no quando mi chiamano gli estranei. Ho sempre fatto assistenza domiciliare. Andavo a trovare i miei pazienti fragili anche per fare loro solo compagnia, rassicurarli: la visita generale e due paroline. E ora con il covid che faccio? Non ci vado più? Questa cosa non si verificherà mai finché farò il medico di base, ma non può durare a lungo".

La soluzione?

"Raddoppiare il numero di medici di base, assumerli e pagarli bene. Perché noi non siamo pagati per andare a visitare le persone a casa, figuriamoci adesso per rischiare anche la pelle. Non mi sorprende che i miei colleghi non vadano spesso a visitare".

Quale sarebbe una giusta paga?

"Faccio un esempio. Un paziente che va in ospedale e lì aspetta che i sintomi peggiorino può costare fino a 2.500 euro al giorno. Ci sono persone anziane che presentando sintomi da covid si fermano in ospedale anche 4-6 settimane - che poi molto spesso vanno semplicemente a morire da sole -. E se anziché 2.500 all’ospedale dessero solo 200 euro a un medico di base per rischiare la pelle e fare assistenza domiciliare? Sarebbe troppo? Ecco, c’è da dire poi che un medico che prende 200 euro per andare a visitare ne paga 100 di tasse, paga la benzina, le strisce blu - anche 600 euro l’anno per ogni paese - e paga il suo tempo. Ancora poco? Ebbene, non ci danno neanche quei 200 euro".

Eppure lei lo fa, anche senza i 200 euro

"Sì, ma non è sostenibile. Come si pensa che i medici possano andare a visitare i pazienti? Chiedendo ai pazienti di pagare? Si pretende che quando finiamo di fare certificati andiamo a rischiare la pelle, gratis. Lo posso fare io, che ho 39 anni e non ho patologie, e qua sono solo".

Si parla spesso del divario nord sud. Soprattutto, per ora, per quanto riguarda la solidità del sistema sanitario. Ma è davvero così diverso?

"C’è un divario enorme. La sanità del nord è molto efficiente, solo che il covid, non so per quale strano motivo, ha azzerato completamente la medicina territoriale. Bloccandosi la medicina territoriale è automatico che le strutture ospedaliere vadano in tilt. Abbiamo pochi posti in ospedale che si riempiono alla velocità della luce, specie se non c’è un filtro, che è la medicina territoriale. Le ambulanze in certi ospedali stanno in fila anche 12 ore ad aspettare che alcuni pazienti vengano smaltiti. A questo punto il lockdown è ovvia conseguenza, ma si capisce che questa politica non può durare".

Ma lei riesce a prendere un attimo di respiro?

"Difficile. Certe volte guardo la tv la sera e anche allora mi sento in colpa perché penso ai messaggi e alle telefonate che sono costretto a ignorare, perché non ce la faccio fisicamente. Mi dispiace sapere di non poter fare qualcosa di più. Per esempio mi ha telefonato 3 giorni fa una signora per il padre. Solita storia: farmaci dati per telefono, paziente che sembra non guarire mai, e io ho accetto di visitarlo nel fine settimana. Il giorno prima della visita la signora mi ha telefonato per dire che il padre era morto. Succede anche questo, che non si arriva in tempo; certamente dispiace ed è conseguenza di quello che ho detto prima".

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