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Mafia, gli affari di Ciancimino in Abruzzo: un sequestro e una condanna

Il Tribunale di Avezzano (competente per territorio) ha assolto con la formula «perchè il fatto non costituisce reato», i fratelli Achille ed Augusto Ricci, disponendo per loro il dissequestro di parte delle loro quote societarie, mentre ha condannato alla pena di 4 anni ed 8 mesi di reclusione Nino Zangari nella veste di Amministratore delegato della stessa società finita sotto la lente di ingrandimento della Dda dell’Aquila. Lo stesso Zangari è stato condannato all’interdizione dai pubblici uffici per la durata di 5 anni e ad una provvisionale di 90 mila euro a diverse parti civili.

La sentenza di primo grado arriva dopo indagini della Guardia di Finanza, condotte con i più moderni strumenti tecnici ed informatici nonchè mediante meticolosi accertamenti documentali e bancari che hanno consentito di ricostruire le operazioni finanziarie, attraverso le quali Zangari avrebbero reimpiegato, secondo l’accusa, in attività imprenditoriali in Abruzzo ben più di un milione e mezzo di euro provenienti dal «tesoro occulto» riconducibile al defunto boss mafioso Vito Ciancimino appunto per realizzare il villaggio turistico «La Contea».

L’articolata attività d’indagine, nel corso del 2009 aveva già consentito di individuare tempestivamente, attraverso l’attività di prevenzione, la presenza sul territorio abruzzese di soggetti collegati, attraverso una fitta rete di prestanomi, al «clan» Ciancimino; E’ stato infine evitato che fossero portate a compimento ulteriori e più complesse operazioni imprenditoriali finanziate con capitali di dubbia provenienza, prevenendo in tal modo infiltrazioni, nell’economia legale, di capitali illeciti che avrebbero consentito di radicare sul territorio locale un sistema finanziario «inquinato» che avrebbe creato ulteriori e notevoli effetti distorsivi nell’economia legale.

Ad aprile scorso, è morto a 77 anni Gianni Lapis, l’avvocato tributarista palermitano protagonista di una lunga stagione di affari con i Ciancimino. Nel 2011, è stato condannato dalla Cassazione a 2 anni e 8 mesi, assieme al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, con l’accusa di avere gestito il tesoro nascosto della famiglia una parte finito proprio a Tagliacozzo.

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