Mercoledì, 25 Novembre 2020
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IMMIGRAZIONE

Il sindaco Nicolini: Lesbo come Lampedusa, l'Europa intervenga

di
immigrazione, migranti, Sicilia, Cronaca
Il sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini

AGRIGENTO. Costruire una rete fra i Comuni del Mediterraneo, fra i territori che vivono le stesse emergenze, per reindirizzare le politiche europee. Le basi dell'ambizioso progetto di cooperazione sono state poste al Municipio di Barcellona, in Spagna, dove il sindaco di Lampedusa e Linosa, Giusi Nicolini, ha incontrato i colleghi di Barcellona e di Lesbos, l'isola greca che, negli ultimi mesi, vive la drammaticità del fenomeno dell'immigrazione clandestina come Lampedusa nel 2011. Proprio in Spagna, martedì, Giusi Nicolini ha ricevuto il trentaseiesimo premio per la pace dell'associazione per le nazioni unite «per quello che Lampedusa fa ogni giorno in termini di accoglienza e solidarietà».

Signor sindaco, Lampedusa è ancora in prima linea per l'accoglienza delle centinaia e centinaia di migranti che attraversano il Mediterraneo. Cosa ha significato, per lei, incontrare il suo collega di Lesbo?
«Alla comunità di Lesbos va tutta la nostra solidarietà. Le Pelagie capiscono bene cosa stanno vivendo. Nessuna isola deve più rimanere sola a fronteggiare una emergenza così grande, come è accaduto, nel passato, a Lampedusa. Le parole del sindaco di Lesbo: «L'Unione europea vuole scaricare sulle nostre spalle il peso di un problema epocale e tutto ciò non è giusto» ancora mi rimbombano nelle orecchie. Lesbo, oggi, ospita 6 mila profughi, accampati nell'isola in attesa di accoglienza europea. Lampedusa sa perfettamente cosa significa».

In che cosa consiste l'accordo di amicizia e cooperazione siglato con i sindaci di Barcellona e Lesbo?
«Vogliamo lavorare insieme per la promozione economica, il turismo, lo sport, la cultura e vogliamo promuovere la cooperazione, lo scambio di informazioni e di strategie condivise dinanzi alla crisi europea causata dall'arrivo dei rifugiati e degli immigranti. Il sindaco di Barcellona, Ada Colau, s'è detta disponibile ad aiutare le isole che hanno soccorso e soccorrono migliaia di profughi. Sosterrà Lampedusa e Lesbo con azioni e progetti che favoriscono lo sviluppo e il turismo».

Sarà, dunque, un vero e proprio patto per il Mediterraneo ...
«Sì, l'idea è quella di lanciare un patto per il Mediterraneo. Un patto fra le Municipalità che si affacciano sullo stesso mare, fra le istituzioni che sono in trincea per affrontare i flussi migratori e che coltivano progetti di pace, cooperazione, dialogo e sviluppo fra le diverse sponde del Mediterraneo. Siamo dalla parte giusta: quella dei diritti umani e della legge del mare e vogliamo che il Mediterraneo acquisti finalmente centralità nelle politiche comunitarie. L'ambizione è cooperare per costruire una rete di territori costieri ed insulari ed orientare le politiche europee, soprattutto in questo momento di grave scissione politica europea circa la questione migranti e che vede oggi a rischio perfino la libertà di circolazione sancita dal trattato di Schengen».

L'arrivo di migliaia di migranti viene, purtroppo, spesso associato al timore di infiltrazioni terroristiche. Lampedusa ha paura?
«Come ha detto il responsabile degli Affari esteri della Catalogna, Raul Romeva, con il quale, assieme al presidente dell'Anue Eduard Sagarra, ho tenuto un dibattito per ridimensionare l'allarme scatenato dal fenomeno migratorio, dobbiamo iniziare dai numeri e capire che non è una invasione e che la minaccia terroristica vive già dentro l'Europa, e non arriva dal mare. A Lampedusa abbiamo superato, e da tempo ormai, la logica emergenziale e abbiamo migliorato le condizioni di accoglienza e sicurezza per residenti e turisti. Lampedusa non ha paura né dei migranti, né di presunte infiltrazioni terroristiche, perché quando arrivano li guardiamo negli occhi e sappiamo chi sono e cosa hanno provato. Abbiamo semmai paura delle politiche che condannano le isole ad un destino di frontiera. Le mie isole sono in netta ripresa turistica ed economica e questo dimostra che aiutare i profughi non è necessariamente causa di crisi economiche e sociali».

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