Domenica, 25 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Ricolfi: «Sui migranti creato un business dell’accoglienza che fa comodo a molti»

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PALERMO. Il «pensiero unico dell'apertura» ha finora condizionato le politiche sull'immigrazione, non solo in Italia. «Soprattutto in Italia, però, ha prodotto parecchie conseguenze!». Luca Ricolfi, sociologo e docente di Analisi dei dati all'Università di Torino, preferisce rompere il muro del politicamente corretto. Come lui stesso ha recentemente scritto siamo ormai entrati nell'ora del «brusco risveglio» dopo una lunga stagione di silenzi imbarazzati su un argomento cruciale. Anzi, epocale.

Le «conseguenze del pensiero unico». Quali sono?
«La prima è stata la creazione di un business etico-ideologico per aumentare il flusso degli arrivi dall’Africa e dal Medio Oriente, con conseguenze benefiche sulle casse delle cooperative e sul prestigio della Chiesa, che ha potuto porsi alla testa di una causa ritenuta giusta, in perfetta sintonia con le autorità italiane, dalla politica alla marina militare finalmente investita di una missione percepita dal pubblico come nobile: salvare vite umane».

La seconda?
«È stata la creazione di un senso di insicurezza nei cittadini italiani, sconcertati di fronte a uno Stato-colabrodo che non si preoccupa di identificare, smistare e, quando necessario, riportare in patria i migranti che salva in mare. Spesso andandoseli a prendere fin davanti alle coste africane».

Altro?
«La preparazione del terreno ideale per lo sviluppo dei movimenti più retrogradi, xenofobi e populisti, come ha giustamente sottolineato la scrittrice francese Élisabeth Badinter in un’intervista a La Stampa di pochi giorni fa. La quarta conseguenza, invece, è stata quella di suscitare irritazione e ostilità verso l’Italia nei partner europei. L’ipotesi di una mini-Schengen, con Germania, Francia, Benelux e Austria ma senza Italia non sarebbe mai stata ventilata se, di fronte alla tragedia dei profughi, Italia e Grecia non si fossero comportati come Paesi allo sbando».

Effetti?
«Una catena. Con l'aggravante di un errore non nostro, ma di Angela Merkel che, in un primo tempo, ha irresponsabilmente fatto credere che l’accoglienza non avrebbe incontrato limiti, salvo poi pentirsi non appena l’opinione pubblica tedesca ha cominciato a presentare il conto».

Adesso, forse, si cambia. Ma in che direzione?
«Temo sia tardi, e che poco cambierà. L’Europa non ha una classe dirigente degna di questo nome, quindi finirà per muoversi alla spicciolata e senza una visione, come del resto ha dimostrato di saper fare benissimo in occasione della crisi greca, un inimitabile capolavoro di miopia e masochismo».

Servirebbe una svolta. Determinata solo dalla paura del terrorismo, o anche dai dati sul tasso di criminalità degli stranieri regolari e irregolari?
«Le svolte, nella politica dei nostri tempi, sono dettate quasi esclusivamente dalla paura di perdere il consenso, quindi il potere. I dati sui tassi di criminalità degli stranieri, circa 6 volte quelli degli italiani, sono perfettamente noti da almeno 10 anni, ma i politici hanno sviluppato una straordinaria capacità di ignorare i fatti. Quanto al terrorismo non credo che, almeno per ora, i politici lo avvertano come una minaccia grave. Ho l’impressione, semmai, che lo vedano come una ghiotta opportunità per spendere di più, così ad esempio Holland e Renzi, e aumentare il controllo sui cittadini, restringendo l’area della privacy, della libertà personale e delle garanzie di fronte alla giustizia e agli apparati repressivi».

Parola d'ordine: integrare l'Islam. Sicuro, però, che tutti i musulmani europei siano disposti a lasciarsi integrare?
«Ovviamente non lo sono, ma questa non è una novità. La novità è che il clima da guerra civile che si sta creando potrebbe moltiplicare il numero di musulmani che non hanno alcuna intenzione di integrarsi».

Nel nostro continente, almeno due modelli di accoglienza. Il fallimento di quello francese, fondato sull'assimilazione culturale, sembra essere stato definitivamente sancito dalle stragi di Parigi. Altra "ricetta", quella inglese. Meglio questa?
«Forse le ricette sono anche più di due, in Europa. Il problema dell’integrazione degli stranieri, non solo musulmani, esiste dappertutto in Europa, anche nei civilissimi paesi scandinavi. Segno che una ricetta non è ancora stata trovata. E potrebbe anche non esistere, o meglio non essere percorribile da una politica ossessionata dal consenso e incapace di guardare al di là di sé stessa».

E noi, da che parte andiamo?
«L’Italia applica alla perfezione la ricetta di Orietta Berti: “Finché la barca va, lasciala andare, finché la barca va, no non remare”. Il tutto nel più rigoroso rispetto del gattopardismo, cambiare tutto perché nulla cambi. Chi non ne fosse convinto può dare un’occhiata all’andamento dell’interposizione pubblica, ovvero dell’invadenza dello Stato nell’economia, nel primo biennio del rivoluzionario governo Renzi: rispetto ai tempi di Monti e Letta l’interposizione della Pubblica Amministrazione non si è ridotta nemmeno di un decimale! Ma prima o poi l’Italia sarà costretta ad abbandonarla, quella ricetta immobilista, sempre che nel frattempo la barca non sia già affondata».

In un editoriale, lei ha citato Max Weber e la sua "etica della responsabilità". Per usare una sua espressione, meglio considerare le conseguenze prima di giudicare che cosa è giusto?
«Sì, il modo in cui l’Italia ha affrontato il dramma dell’immigrazione è un esempio perfetto di etica della convinzione, o dei principi, contrapposta all’etica della responsabilità: il desiderio di generare autostima morale ci ha resi ciechi di fronte ai drammi umani, presenti e futuri, che stavamo costruendo con le nostre stesse mani».

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