Lunedì, 19 Ottobre 2020
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IMMIGRAZIONE

Valvo: "Profughi liberi nei Paesi europei, inutile inasprire i controlli interni"

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PALERMO. Dubito che gli Stati membri dell' Unione siano disposti a mettere in discussione più di sessant'anni di integrazione europea». Anna Valvo, ordinario di Diritto dell' Unione Europea all' Università Kore di Enna, non è tra quanti sostengono che i sempre più vacillanti e discussi accordi di Schengen valgano la sopravvivenza stessa della Comunità: «Non attribuirei - sottolinea la studiosa- troppa importanza alle sospensioni più o meno prolungate di Schengen. La sospensione, d' altronde, è prevista dalla stessa Convenzione per esigenze di ordine pubblico e per un periodo limitato».

Nessuna sopravvalutazione del trattato sulla libera circolazione delle persone, ma resta il fatto che Svezia e Danimarca hanno ripristinato i controlli alle frontiere sui cittadini comunitari. Sorpresa?
«Si, la circostanza è davvero sorprendente. Da un canto, perché la libera circolazione dei cittadini dell' Unione europea è disciplinata dalla Direttiva 38 del 2004, ovviamente recepita da tempo da tutti gli Stati membri, che si basa sul requisito del possesso della cittadinanza europea e che prevede il diritto di circolare e soggiornare liberamente in qualunque Stato membro peri cittadini e peri loro familiari, salvo motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e salute pubblica. D' altro canto, perché uno degli obiettivi dell' Unione europea è quello di assicurare uno spazio di libertà senza frontiere interne. Sotto questo specifico profilo, dunque, i controlli alle frontiere interne rappresentano una insanabile contraddizione che deve essere eliminata nel più breve termine possibile».

Gli «Inside fighters», i terroristi reduci dallo Stato Islamico, hanno passaporto europeo. Inevitabile sospendere Schengen?
«Il punto è che si fa una grande confusione: l' accordo, risalente al 1985, ha determinato l' abolizione delle frontiere interne e l' istituzione di un' unica frontiera esterna. All'interno del cosiddetto "territorio Schengen", dunque, si cominciarono ad applicare regole comuni in materia di visti, richieste di asilo. E controlli più rigorosi alle frontiere, appunto, esterne. Nel 1990, invece, è seguita una Convenzione firmata da altri Stati membri della UE, entrata in vigore nel 1995 che ha determinato il venir meno delle frontiere interne e regole comuni per i controlli alle frontiere esterne. Successivamente, con l'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam nel 1999, gli accordi Schengen sono stati, per così dire, "comunitarizzati" con la conseguenza che il bagaglio normativo di quegli accordi è stato integrato nella legislazione europea. Com' è noto, peraltro, non tutti gli Stati membri dell' Unione europea sono "parti" agli accordi di Schengen e non tutti gli Stati "parti" ai detti accordi sono Stati membri dell' Unione europea. In altri termini, si è in presenza di quel che in gergo europeistico viene definita una cooperazione rafforzata».

Gli extracomunitari sono esclusi dall'accordo di libera circolazione. Perchè allora collegarlo ai flussi migratori, come fanno molti?
«A questa domanda rispondo provocatoriamente così: perché non hanno frequentato le mie lezioni e non hanno capito niente. Anche a proposito di chi collega Schengen alla sopravvivenza dell' Unione, devo dire che molti parlano ma pochi leggono e studiano».

L' Unione europea discute di confini, ma nel Mediterraneo i boss dei barconi restano indisturbati e l' operazione "Eunavfor Med" non va oltre i soccorsi in mare. Altra dimostrazione di impotenza comunitaria?
«Penso che l' Unione europea non sia impotente, penso che l' Unione europea non voglia affrontare i problemi. Gli Stati membri, e i suoi governanti, sembrano aver dimenticato le origini dell' integrazione europea. E sembrano aver dimenticato che l' integrazione nasce come risposta alla guerra. Tuttavia, penso che la pace come la libertà non faccia parte del Dna degli Stati europei e, se pur i momenti di crisi hanno da sempre caratterizzato il processo di integrazione continentale, oggi più che mai occorre sbarrare il passo alla resa e andare avanti osando di più.
Osando più democrazia e osando più senso di responsabilità verso i cittadini europei e non".

Pure i trattati di Dublino, che impongono la permanenza dei migranti nel Paese di approdo, so no in discussione da tempo. Oltre il dibattito, però, non si va. Troppo lunghi i tempi decisionali nell' Unione?
«Che gli Stati membri da tempo dimostrano inefficienza e incapacità di leadership, è circostanza nota ed evidente. Gli Stati membri vivono ancora il mito dello Stato nazionale dal quale non sembrano volersi discostare molto. Tuttavia, da europeista convinta, le dico che se l' Unione europea non prende coscienza di sé stessa e del potenziale ruolo geostrategico che può svolgere a livello internazionale, non è che viene meno il processo di integrazione europea».

Quindi?
«Questo processo è destinato a rimanere di basso profilo, come dire, a livello di sartoria di Paese che impedisce una vera assunzione di responsabilità politica anche verso le migliaia di richiedenti asilo in Europa. Parliamoci chiaro: la civiltà europea non rischia di essere espugnata e meno che mai questo pericolo lo corre l' Italia. Chi afferma il contrario, presentando i Paesi europei, e soprattutto l' Italia, come Paesi che rischiano di subire pressioni migratorie ingovernabili, mira a creare inutili allarmismi e un terrorismo psicologico che non fa bene a nessuno».

La commissione Affari Costituzionali del Senato si appresta a discutere la legge che riconosce la cittadinanza ai figli di stranieri nati in suolo italiano. Un errore, in tempi di emergenza -sicurezza?
«L' introduzione dello Ius soli, cioè il conferimento immediato della cittadinanza ai figli di immigrati che nascono sul territorio italiano, è un atto di civiltà giuridica che, pur in ritardo, deve essere accolto con estrema soddisfazione. Il disegno di legge, peraltro, e purtroppo, prevede il conferimento immediato della cittadinanza soltanto ai figli di immigrati in possesso di carta di soggiorno introducendo un incomprensibile criterio discriminante fra minori ai quali non può certo essere attribuita la responsabilità del momento di emergenza che stiamo vivendo. Ammesso che di emergenza si tratti».

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