Lunedì, 30 Novembre 2020
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BLITZ NELL'AGRIGENTINO

Finocchiaro: imprenditori ancora reticenti a denunciare, serve più collaborazione

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PALERMO. Gli imprenditori non denunciano. Collaborano, fornendo i dettagli di richieste estorsive e minacce, soltanto se messi alle strette. Se incalzati dalle forze dell'ordine. La «primavera agrigentina» - quella che segnò la collaborazione piena, autentica, di sei imprenditori estorti e che nell'ottobre del 2007 fece scattare l'operazione "Marna", con 18 arresti che fecero terra bruciata fra i presunti fiancheggiatori dell'allora numero due di Cosa Nostra, Gerlandino Messina - è ormai soltanto un ricordo lontano. Si sperava, consapevoli del fatto che sarebbe stata dura cancellare la cultura dell'accettazione, del non fiatare e dell'assoggettamento, in una inversione di tendenza. Non è stato però così. Otto anni dopo, adesso è ormai certo, la «primavera» di ribellione degli imprenditori agrigentini è tramontata. A confermare che «non ci sono grossi segnali positivi», ieri, a margine dell'operazione antimafia "Icaro", è stato il questore di Agrigento Mario Finocchiaro.

Signor questore, gli imprenditori agrigentini estorti hanno denunciato? Hanno collaborato con le indagini?

«La collaborazione è insufficiente. Non abbiamo grossi segnali positivi. La collaborazione d'iniziativa è rara. Siamo piuttosto noi a scoprire le estorsioni o i tentativi di estorsione. Gli imprenditori posti di fronte alle indagini, ammettono, confermano la sussistenza di quel che abbiamo scoperto. Chiamato di fronte all'evidenza, dunque, l'imprenditore non si tira indietro. Le indagini, nella maggior parte dei casi, partono grazie ad indicazioni informali, ossia con lettere anonime o grazie ad un passa parola che ci arriva da fonti non qualificate. Sono però, per noi, uno spunto investigativo per approfondire. L'appello che mi sento di lanciare è quello di avviare collaborazioni vere che rendono efficace l'azione dello Stato. Non dobbiamo dunque essere molto pessimisti».

Estorsioni sul nascente rigassificatore, sulle ristrutturazioni delle case popolari, perfino sui trasporti per le Pelagie. Cosa sta succedendo?

«Indubbiamente quando c'è un giro di denaro, c'è l'interesse della mafia. Un interesse a lucrare utili. Ecco perché i lavori, le prestazioni di opere e servizi accentrano la loro attenzione che si trasforma in imposizione di tangenti o altre forme di pizzo. Cosa Nostra focalizza l'attenzione sulle imprese, sugli appalti, sulle opere, su dove si muove il denaro pubblico. Una delle sue attività principali, per la provincia di Agrigento, è il tentativo di percepire, in maniera indiretta, questi fondi pubblici, sia con il pizzo, sia imponendo forniture di materiali o manodopera. Tutto questo viene confermato dall'indagine «Icaro».

La polizia, questa volta, dopo tanto tempo, è riuscita a documentare anche i summit di mafia negli appezzamenti di terreno e fra i ruderi.

«L'attenzione è sempre massima. Le indagini ci sono sempre, non esistono momenti di pausa. I risultati si vedono, però, a distanza di tempo. Grazie a questa attenzione sono stati documentati degli incontri che non sono penalmente rilevanti ma che hanno una loro importanza per l'attività investigativa, per inquadrarla. Il controllo del territorio,l'attenzione ci fa capire un aspetto che non deve essere mai dimenticato: le associazioni mafiose di tutta la Sicilia hanno subito colpi durissimi, sono state indebolite, ma continuano ad operare, ad essere pericolose e dannose per la società. E il nostro compito è quello di perseverare, di continuare ad indebolirle all'interno delle varie famiglie».

L'inchiesta «Icaro» ha dimostrato l'attenzione delle famiglie nei confronti dei presunti appartenenti all'associazione che sono reclusi?

«Certamente. Il sostentamento e l'aiuto ai componenti della famiglia, sia in senso naturale che mafioso, è una delle regole non scritte di Cosa Nostra. L'aiuto è reciproco sia per quanti appartengono a famiglie importanti che non. È una attività che svolgono sempre per assicurare compattezza e coesione. Il sostentamento e l'aiuto di chi è in carcere è davvero una costante».

Agrigento non ha più boss latitanti. Contribuite anche voi alle ricerche del boss Matteo Messina Denaro?

«L'attenzione per la cattura di Messina Denaro è al massimo da parte di tutti gli organi investigativi italiani. La nostra provincia, Agrigento, su questo aspetto è fortemente concentrata visto che abbiamo dei Comuni che confinano con Trapani, visto, dunque, che ci sono delle interconnessioni di territorio e di uomini».

Qual è, al momento, il vostro principale obiettivo per la lotta alla criminalità mafiosa?

«Vogliamo contribuire a dare una maggiore tranquillità a cittadini. L'operazione "Icaro" si è aggiunta ad altre fatte nel passato, anche recente, da parte di tutte le forze dell'ordine. Tutti vogliamo contribuire a dare serenità e prospettive agli agrigentini. Ecco perché riteniamo fondamentale ottenere la collaborazione di imprenditori e commercianti,ma anche dei semplici cittadini, di coloro che non hanno nulla a che vedere con queste cose,ma che potrebbero sapere».

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