Sabato, 24 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Ricci: «La Libia divisa è un pericolo, l'Europa pressi per portare la pace»

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Si dice Libia... «Invece, basta osservare la carta attua leper renderci conto della sua frantumazione, non solo etnica ma anche politica», spiega Alessandro Ricci, docente di Geografia, rappresentazione e potere all' Università di Roma Tor Vergata. Lo studioso è attualmente anche uno dei coordinatori del Centro Studi Geopolitica.info.
Libia, ormai un ex Stato?
«Non è più un solo Stato e un solo governo, ma siamo de facto di fronte alla compresenza di due organi governativi che siso no entrambi dichiarati legittimi. Nella realtà, solo quello di Tobruk in Cirenaica è riconosciuto dalla comunità internazionale. Quello proclamato a Tripoli da milizie filo -islamiche, invece, rappresenta un' alternativa che è il sintomo più lampante del caos e dei disordini interni. Tale frammentazione e il relativo vacuum politico, oltre a favorire l' inserimento e l' affermazione di cellule vicine al Califfato, fa prosperare l' illegalità legata all' arrivo dei migranti dall' Africa sub -sahariana e alla partenza dei barconi: dal 2011 le curve di partenze clandestine sono impennate vertiginosamente, seguendo il medesimo andamento delle crisi politiche libiche».

Un territorio vasto sei volte l'Italia, ma scarsamente popolato. Sbagliava chi lo definì uno «scatolone di sabbia»?
«Certamente, sì. È uno "scatolone", come fu definito da Gaetano Salvemini, al cui interno si nascondono enormi ricchezze: petrolio e gas naturale anzitutto, che contribuiscono per circa il 60 per cento al Prodotto interno lordo. Sebbene dal 2011 le esportazioni di petrolio siano drasticamente diminuite, continua ad essere la prima industria del territorio libico rappresentando il 95 per cento dei guadagni dalle esportazioni».

La desertica Libia ha scatenato gli interessi di molte potenze e continua a farlo. Perché?
«Per tre ragioni: in termini di risorse, perché desertica lo è solo superficialmente. Geograficamente, perché occupa un territorio centrale nelle dinamiche mediterranee e come connettore tra Africa sub -sahariana ed Europa: questo lo si desume non solo oggettivamente, ma anche da ciò che accade e che tragicamente si sta palesando nelle ultime settimane con i continui sbarchi. E infine politicamente, perché la sua stabilità è fondamentale per il Nord Africa, per il continente tutto e per l' Europa: la Libia rappresenta oggi un hub della clandestinità, per la presenza dell' Isis, per la guerra civile e per le continue e sempre maggiori partenze irregolari, tragiche derive del caos politico nazionale».

Decisamente prospera l'economia illegale, dominata dai boss dei barconi. Quali sono le aree di parcheggio dei migranti e i porti di partenza?
«Esistono centri di detenzione dei migranti in tutto il paese: dal Sud, per filtrare i passaggi dall' Africa sub -sahariana, alle coste, con una maggiore concentrazione ad Ovest e nei territo ri limitrofi a Tripoli. Dalla caduta di Gheddafi il loro funzionamento è scivolato nel caos e ciò ha contribuito non solo all' aumento sensibile degli arrivi dei migranti dal resto del continente diretti in Europa, ma anche al deterioramento delle già labili condizioni dei prigionieri, oltre agli sbarchi che, in assenza di uno Stato centrale riconosciuto e univoco, si sono moltiplicati, principalmente dal quadrante nord occidentale del paese. Per comprendere l' entità del fenomeno migratorio e quanto esso sia intimamente legato alla guerra civile libica, si pensi che nel 2010 gli attraversamenti illegali nel Mediterraneo centrale furono circa 1.600, mentre l' anno successivo, con la crisi politica interna e la caduta di Gheddafi, se ne registrarono 60.000. Il 2014 ha visto lo sbarco di più 170.000 migranti nella rotta del Mediterraneo centrale, con un aumento del 277 per cento rispetto all' anno precedente e 3.500 morti».

Al tavolo dei negoziati di pace sono invitati i rappresentanti di due governi e oltre venti clan tribali. Un Paese che somiglia a un puzzle?
«Si tratta di una geografia della molteplicità che vede la presenza di un insieme di gruppi tribali le cui conflittualità erano rimaste sopite nei decenni passati e che ora sono irrimediabilmente deflagrate: un disordine politico che è solo lo specchio, ben più vasto, di quello clanico. Un puzzle che è ora assai diffi cile da ricomporre. Alle suddivisioni etniche, anche conflittuali, si fa fronte con una buona politica, anche forte, o tramite l' impegno internazionale. In Libia mancano entrambi».

I gruppi jihadisti rivali dell' Isis e di Ansar al -Sha ria controllano una fetta di territorio. Quant' è vasta?
«La principale coalizione anti -Isis è rappresentata da Fajr Libya (Alba Libica, ndr), composta da milizie islamiche che hanno preso il nome dall' operazione che li portò alla conquista dell' aeroporto di Tripoli nel 2014 e poi alla formazione del governo alternativo. Oltre alla conquista della città occidentale, la coalizione ha lanciato attacchi allo Stato Islamico a Sirte in marzo. A giugno altre milizie islamiche vicine ad al-Qaeda hanno conquistato, ai danni dell' Isis, la città di Derna, dopo che lo Stato Islamico aveva assassinato un leader locale. Siamo in presenza di una mappa a macchia di leopardo in continuo cambiamento, che mostra segni preoccupanti in una duplice prospettiva: sia per il proliferare delle zone controllate dal Califfato, sia per quello che tale presenza comporta nei termini di guerra civile interna, che assume i caratteri di guerra tra milizie jihadiste».

Tripolitania, Cirenaica, Fezzan: tre regioni -nazione costrette dalla Storia a stare assieme?
«La nostra cultura politica ci porta a ragionare in termini di Stato nazionale, vale a dire in una coincidenza - che talvolta presenta eccezioni - di potere e territorio ben definito, culturalmente pressoché omogeneo. Mala geografia ci porta a considerare la presenza antropica, la diversa composizione etnica, perciò culturale e anche religiosa: non può esserci progetto politico senza che vi sia anche una profonda cognizione geografica. Questo è stato storicamente l' abissale errore dell' Occidente nei confronti del continente africano e del Medio Oriente, all' origine di molti dei disastri che attualmente vivono quei territori: la geografia, coni suoi confini naturali e culturali, è destinata sempre a riemergere, anche tragicamente, se la politica non svolge fermamente il suo ruolo di gestione del territorio.
Robert Kaplan ha parlato, proprio a questo proposito, di una "vendetta della geografia", per indicare il riaffiorare delle conflittualità di origine territoriale, oggi quanto mai evidenti».

Il New York Times ha ipotizzato che, sulla spinta dei conflitti in corso, cinque Stati nel mondo potrebbero frantumarsi diventando quattordici nei prossimi anni. La Libia potrebbe essere uno di questi?
«Si tratta di un' opzione, di certo concreta, soprattutto se la comunità internazionale non interverrà in maniera determinante. Dopo l' iniziale caduta di Gheddafi, colpevolmente essa non ha contribuito alla pacificazione interna e a tamponare il caos e i disordini creati proprio dall' intervento avviato dalla Francia. Il vero pericolo del prolungamento di tale situazione odi uno scenario simile a quello somalo non è solo nazionale, ma riguarda una scala ben più vasta. Con due rischi altissimi, anzitutto per l' Italia e poi per l' Europa: lo stabilizzarsi della presenza jihadista e la pressione migratoria con i costi, di vite umane e non solo, troppo alti per tutti».

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