Martedì, 27 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Tirinnanzi: «Sui migranti l'Europa ha fallito, la sola accoglienza non ci salverà»

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C'è da chiedersi se non si debba ammettere che un intero sistema, quello della salvaguardia delle frontiere europee, sia collassato al primo anno di vera emergenza».
Luciano Tirinnanzi, direttore della rivista di geopolitica e sicurezza internazionale «LookOutNews.it», sottolinea impietosamente il fallimento delle politiche comunitarie sulle migrazioni. Intanto, sulle nostre coste proseguono gli sbarchi di migliaia di donne, uomini, bambini.

Le rotte della disperazione vanno ben oltre il «cimitero -Mediterraneo», moltiplicandosi anche sulla terraferma. Fenomeno troppo vasto e complesso da affrontare, anche per la comunità internazionale?
«Come si poteva credere che la quadriennale guerra in Siria e la guerra civile in Libia, per non citare altri sanguinosi conflitti in corso tra Africa e Medio Oriente, non avrebbero prodotto nuove e imponenti ondate migratorie? Compito delle istituzioni non è solo affrontare i problemi contingenti, ma prevederli e gestirli per tempo: cosa che non si è saputa fare in Europa. Dobbiamo arrenderci all' evidenza e cambiare le regole del gioco, prima che esse cambino noi».
Per il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è «fuori dalla realtà» credere che si possano chiudere le porte «al bisogno, alla paura e alla miseria». La Macedonia ha riaperto le frontiere, la Francia e l' Inghilterra no. Da noi, intanto, crescono movimenti e partiti anti -immigrati. Chi sbaglia?
«Queste esternazioni a favore di telecamera lasciano il tempo che trovano. Juncker ha avuto modo di studiare la materia ma finora, mi pare, ha sempre preferito i salotti alle unità di crisi. Ma il consenso dell' opinione pubblica non si ottiene con frasi altisonanti bensì con azioni che possono incidere nel lungo termine. E qui non abbiamo niente di tutto ciò.
Conseguenza, il suo quinquennio si è aperto con una delle peggiori crisi che la comunità europea abbia mai dovuto affrontare, talmente esplosiva che potrebbe essere in grado di disintegrarla».

Angela Merkel e Francois Hollande hanno dedicato un vertice, un altro, all' emergenza -immigrazione. Non prende il largo, però, neppure la tanto invocata missione navale europea «Eunavfor Med». Soliti annunci, solita politica?
«Il vero dramma, oltre a quello patito dai migranti, dalle polizie e dai soccorritori, è proprio l' assenza totale di strategia e di coordinamento. A modificare la situazione non basteranno certo i bonifici bancari fatti dai Paesi membri per potenziare le missioni di recupero da parte delle navi da guerra, che ormai sono trasformate in mega -traghetti. Che ne è stato del contrasto ai trafficanti? Il tema è delicato, me ne rendo conto, ma in questo caso non agire è peggio ancora di agire sbagliando. Il mare, del resto, non aspetta e i naufragi quotidiani ne sono testimonianza. Quel che più temo è che, finita l' estate, il tema si eclissi dalle pagine dei giornali».

L' economia mondiale scricchiola sotto il peso della crisi cinese rischiando di travolgere i deboli segnali di ripresa in Italia e nell' eurozona. Possibile sostenere a lungo i costi dell' accoglienza?
«Assolutamente sì. Meccanismi virtuosi di accoglienza, accompagnamento al lavoro e reciproca soddisfazione per cittadini emigranti si potrebbero trovare. La Germania, ad esempio, che detiene il record mondiale di accoglienze, non si è mai lamentata dei flussi migratori e non mi pare proprio che la sua economia vada peggio di altre, anzi. Il problema, torno a dire, è una strategia efficace, coordinata e di lungo termine. Non possiamo pensare di far marcire immigrati, profughi, in quegli scandalosi Centri di Identificazione ed Espulsione. Questo sì che è diseconomico, oltre che inumano».

Segnali contrastanti dalla Libia, primo «porto di partenza» di profughi e clandestini. Giovedì si torna a discutere per la formazione di un governo di pacificazione nazionale e l' Isis ha appena diffuso un video -appello perché jihadisti sudanesi, egiziani, tunisini esauditi si rechino a combattere in quel Paese. Inevitabile un intervento militare occidentale?
«Da troppo tempo si parla di un intervento e non siamo ancora vicini a realizzarlo. Gli interventi non si annunciano. Si fanno o non si fanno. E, in questo caso, non si è fatto. Grave, da parte nostra, aver sottova lutato il pericolo. Se l' Egitto dei militari dovesse cedere sotto la furia dei movimenti jihadisti, allora il problema sarebbe ancora più serio e la Libia più difficile ancora da gestire».

Quindi?
«Ai Boy Scout da piccolo mi hanno insegnato che se c' è un principio d' incendio va spento subito, prima che divampi e distrugga il bosco. In Libia c' è un fuoco che arde da anni e che ormai ha contaminato anche Il Cairo. Perché aspettare sempre l' ultimo momento per agire? Anche il tempo della diplomazia sta scadendo. Ricordiamoci che noi italiani abbiamo interessi non da poco in Libia e che anche in questo momento nostri concittadini lavorano duramente, ad esempio nelle piattaforme offshore, perché quest' inverno non ci manchi l' energia».

Dall' Afghanistan alla Nigeria, la mappa dell' orrore fondamentalista è destinata solo a estendersi?
«Sembra quasi che ci sia l' interesse a che il fondamentalismo islamico aumenti e si espanda. È certo nelle intenzioni dei suoi protagonisti, Stato Islamico in primis, ma anche altri soggetti ne godono. Di certo, i mercanti di armi stanno facendo affari senza precedenti da anni. Peggio della cospirazione, però, c' è l' indifferenza. Ed è forse qui il male oscuro dell' Occidente, un male al quale nessuno sa o vuole trovare rimedio».

Inutile allora sperare in una caduta del «Daesh», lo Stato Islamico?
«Lo Stato Islamico vivrà finché non ci sarà la volontà di spazzarlo via. La comunità internazionale deve scegliere se accettare l' esistenza di un "Sunnistan" iracheno -siriano al posto di precedenti stati quali Iraq e Siria ose lottare per mantenere in vita due Paesi che già non esistono più. Stesso discorso vale per Yemen e Libia e potrebbe valere per il Kurdistan. Siamo forse di fronte a un cambiamento storico in Medio Oriente, ancora tutto in divenire».

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