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L'INTERVISTA

Tricarico: «Troppi errori dell’intelligence in Europa e Francia»

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L’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica: «Occorre superare egoismi nazionali e convenienze miopi»

PALERMO. «Siamo con la Francia, ma la stessa Francia ha pagato anche errori propri e dell’intera Europa. Errori di sottovalutazione e di preparazione approssimativa maturati in anni di storia di lotta al terrorismo politico». A pochi giorni dalla doppia strage di Parigi, fra il settimanale satirico Charlie Ebdo e un emporio alimentare ebraico preso d’assalto - secondo il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e oggi alla guida della Fondazione Icsa - «occorre finalmente superare egoismi nazionali e convenienze miopi»: il pericolo del terrore non è un gioco, un Risiko da «liberi tutti», per di più sganciato dai freni dei blocchi della guerra fredda. E scambiarsi, nell’area occidentale ed europea in particolare, le informazioni vitali per creare una cortina di intelligence comune e coordinata, non significhi andare al mercato delle primizie. «Oggi le informazioni sono oggetto di puro mercimonio», aggiunge Tricarico. E deve stare in un’intelligence nuova quanto... antica, il cuore del costruendo apparato antiterrorismo, messo alla frusta dalla doppia strage di Parigi dei giorni scorsi, «che non massacri le libertà individuali di tutti e ridimensioni il ruolo prepotente della tecnologia rivalutando la collaborazione fra gli Stati del Vecchio continente e, soprattutto, l’attività umana. Materiale. Intelligente. Intuitiva e razionale». Chiamiamolo pure know-how italiano. Chiamiamole cicatrici: «Si dica quel che si vuole – osserva il generale – ma il nostro Paese ha risorse di competenza, capacità di individuazione e prevenzione rare al mondo, prezzo degli anni di piombo, nelle mani di una vera scuola di agenti e funzionari che ormai si formano di generazione in generazione. L’Italia e la sua esperienza sono risorse che l’Europa non può e non deve sottovalutare».

Generale, appare chiaro che senza il filtro di efficaci analisi di sicurezza il terrorismo può dilagare, dall’esterno come dal seno delle nostre società. Quale intelligence mettere in campo?

«L’intelligence europea deve innanzitutto togliersi di dosso gli egoismi nella gestione delle informazioni, che sono la prassi in tutto il mondo. E, in secondo luogo, indicare una via intelligente e lucida di uso di quelle informazioni, marcando una differenza netta con il massacro della privacy messo in atto, per esempio, dagli Stati Uniti: compressione delle libertà dei cittadini che hanno dato risultati praticamente nulli, portando soltanto sfacelo e sconcerto per l’invasione sistematica della sfera privata di chi, invece, deve essere protetto. Parliamoci chiaro: da che mondo è mondo le informazioni sono fra i beni che gli Stati più gelosamente custodiscono, e ciascuna di esse ha un prezzo. Lo scambio, dunque avviene sulla base del vantaggio reciproco. I Paesi europei sono sulla stessa barca, scoprano il vantaggio di lottare insieme, invertendo la prevalenza del livello intergovernativo con quella del comunitario. Darebbero anche, come tradizione, lezione di civiltà».

In concreto, significa pensare organismi comuni, investigativi e giurisdizionali? In Italia si propone la superprocura antiterrorismo sulle orme di quella antimafia che l’Europa sta prendendo a modello. È immaginabile un percorso analogo per il terrorismo?

«L’obiettivo finale, anche se ancora lontano, è quello, tenendo a mente che la giustizia è uno dei tasselli. La nostra fondazione, da ben prima di queste stragi, auspica una superprocura nazionale antiterrorismo, che abbia anche più poteri rispetto all’antimafia. Che agisca, cioè, anche indipendentemente oltre a coordinare le procure distrettuali. Perché non fare lo stesso anche sotto il profilo dell’intelligence? Non vedo quali lobby, gruppi di pressione o forze politico-sociali, possano opporre eccezioni. A livello nazionale il governo ci ascolta, a fine mese per esempio organizzeremo un incontro sugli strumenti giurisdizionali e di polizia per i “foreign fighters”, cioè i cittadini europei che vanno a combattere in Siria e Iraq e poi fanno ritorno. Ci saranno i ministri della Giustizia Orlando e degli Interni Alfano».

In questo nuovo ordine investigativo europeo, l’Italia che ruolo avrebbe?

«Fondamentale, mi auguro. Perché no, da capofila. Guardando a ciò che è accaduto a Parigi, io dico che questo, purtroppo, è il momento delle verità. Tutte le verità. E ciascun paese si presenta con il proprio bagaglio culturale e operativo. Senza ipocrisie, va detto che la Francia, e la “Dottrina Mitterrand” ne è un nitido esempio, per decenni ha usato i guanti di velluto con i terroristi politici, anche italiani. Criminali comprovati che sono stati protetti dal rifiuto dell’estradizione. Cesare Battisti alla fine è volato in Brasile per restarci. Chiaro che il terrorismo politico degli anni ’70 è cosa diversa da quello islamista, ma i nostri apparati di sicurezza e i nostri uomini e donne ne hanno tratto un’eredità straordinaria proprio in termini tecnici e operativi. Oggi siamo un bivio strategico, si abbia l’umiltà e il realismo di responsabilizzare chi ha le primogeniture e ne sa di più, come i nostri Ros e Ucigos: squadre senza paragone, capaci non soltanto di acquisire, ma anche di filtrare le informazioni rilevanti».

Un filtro arduo, quando ci si affaccia al mondo virtuale e si contrasta il proselitismo e il lancio di parole d’ordine sul web…

«Arduo, sì. Per questo ci vogliono persone adeguate. Mi dica lei: cosa hanno sortito i giri di vite degli americani sulla privacy dei loro cittadini e non solo? Niente, se non brutte figure a raffica. Hanno rovinato quell’ecosistema delicatissimo che è la privacy di centinaia di milioni di persone, mentre gli attentati accadevano lo stesso. Ha ragione il premier Matteo Renzi: il controllo tecnologico va usato con più intelligenza, non con una rete a strascico che devasta il fondale, ma studiando quali pesci passano, quando e a quale profondità. Noi usiamo l'amo senza toccare i diritti, loro lo strascico».

Uno sguardo al fronte islamista. Fra Isis e al Qaeda una contrapposizione superata?

«Notoriamente, al Qaeda è deliberatamente destrutturata, capillare e oggi opera in base alla dottrina “Concetto/Ispirazione” sviluppata a metà degli anni 2000 dal nuovo ideologo Abu Musab al Suri, che mette ulteriormente in secondo piano l’ordine gerarchico. L’Isis ha pretese territoriali e pseudostatali, e ha tentato di scalzare i qaedisti, i quali questo scavalcamento lo hanno percepito. Non sono mancati i contrasti, per ora coesistono in territori diversi ma con gli stessi obiettivi e strumenti brutali. Una tregua armata».

Su questi obiettivi c’è chiarezza?

«Mi auguro che, passata la sacrosanta ondata emotiva per gli ultimi attentati, si riacquisti la capacità di individuare la vera natura del terrore e il senso autentico di atti e situazioni politiche. A Parigi c’era un movente, per quanto perverso, ma è un’eccezione rispetto a un’azione che trova il proprio filo conduttore proprio in stragi indiscriminate che hanno come bersagli innanzitutto le popolazioni dei Paesi a maggioranza musulmana. Secondo uno studio della nostra Fondazione, dal 2008, in attentati con oltre 15 vittime sono morte 16 mila e 400 persone, e soltanto 77 in Norvegia, e nella strage del 2011 che fu opera di un fanatico norvegese. L’80% sono caduti nelle 5 patrie del terrore: Siria, Nigeria, Iraq, Pakistan, Afghanistan. Questa è la vera dimensione del terrorismo, questa la ragione per la quale l’Europa non può più accettare approssimazioni».

 

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