Domenica, 05 Dicembre 2021
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L'EDITORIALE

Elezioni e fondi Ue, la Sicilia prenda nota

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La sberla - l'ennesima - incassata dalla Regione, che si sta vedendo sfumare sotto il naso mezzo miliardo di euro di fondi del Pnrr per qualche pasticcio fatto sui progetti, non è accadimento di poco conto

Comunali sì, ma mica tanto. Perché la soffice tenuta degli attuali equilibri politici nel Paese non poteva mica resistere all'urto del voto nella Capitale come a Milano, a Torino come a Napoli. Non a caso la prima cosa che vincitori e sconfitti hanno fatto a urne ancora calde è stata proprio allargare la visione oltre i confini delle città interessate. Aggrappandosi entrambi al governo Draghi. «Il nostro risultato lo rafforza», ha sottolineato un gongolante Letta. «Non si usi questo voto per abbattere il governo», ha avvertito un mesto Salvini. E però la prima bottarella gliel’ha data proprio lui, appena 24 ore dopo, con la plateale diserzione del tavolo per la riforma fiscale.

Del suo ce ne ha messo peraltro lo stesso premier, con un glaciale ma significativo «non so se il governo esce indebolito dal voto, ma non so neanche se ne esce rafforzato».

Le sirene danzanti nel centrosinistra additano il declino dei sovranisti di destra. Ma continuano intanto a fare comunella con i populisti a Cinquestelle, movimento prima di lotta e poi di potere, che si sta rapidamente declassando a stampella non proprio indispensabile del Pd. Dall'altro lato ci sono la Meloni che guarda ora ai ballottaggi come un assetato alla fonte, il Carroccio alle prese con non trascurabili fibrillazioni interne e l'ex federatore Berlusconi di cui si sente subito la mancanza non appena si perde (e intanto piazza lui l'unica pedina vincente, in Calabria). Quanto basta insomma per non immaginare scenari di placida transizione verso le prossime scadenze elettorali. Sicilia compresa, of course.

Passi per le imminenti comunali di casa nostra, non proprio trascendentali e comunque ormai definite negli equilibri. Transeat. Ma la proposta di un salvifico modello Draghi in salsa sicula, rilanciata due giorni fa in un'intervista a questo giornale da Gianfranco Miccichè, non può che riconquistare centralità nel dibattito. E questo al di là delle tiepide (di prammatica) reazioni sparse. La sberla - l'ennesima - incassata dalla Regione, che si sta vedendo sfumare sotto il naso mezzo miliardo di euro di fondi del Pnrr per qualche pasticcio fatto sui progetti, non è accadimento di poco conto. E se l'ira funesta dell'assessore Scilla contro il «nordista e grillino» Patuanelli e il suo «attacco scellerato alla Sicilia», il giorno dopo è stata prudentemente derubricata a richiesta di incontro con lo stesso ministro e indagine interna per capire chi ha sbagliato, allora evidentemente qualche ragione Micciché ce l'ha, quando invoca un clima di concordia sull'asse Roma-Palermo. Perché ad oggi l'impressione è quella di una vaga incomunicabilità, a voler essere generosi.

Certo, resta da capire a chi il modello Draghi conviene e a chi no. Tutte opinabili le posizioni. Ma con una certezza: non sarebbe certo la sconfitta delle identità politiche, come qualche romantico del bipolarismo (e qualche visionario del tripolarismo) vagheggia. Piuttosto la sublimazione del compromesso, virtuosa arte - esso sì - della Politica che guarda soprattutto al bene della collettività. L’estate appena trascorsa è stata il vero motore della ripartenza dell’Italia dopo la pandemia da Covid-19, con una ripresa economica che viaggia più veloce di quella europea. La Sicilia può permettersi il lusso di perdere, oltre a una vagonata di milioni di euro, l’intero treno?

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