Martedì, 16 Luglio 2019
L'ANALISI

La libertà senza rete

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Lo strumento per riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Così, in una lunga intervista rilasciata venerdì a questo giornale, il neo presidente degli editori italiani, Andrea Riffeser Monti, ha definito i quotidiani. Solo che di questo riavvicinamento, i primi a non volerne sentire parlare sono proprio fra le istituzioni.

Quelli cioè che preferiscono comiziare videoselfandosi sui propri profili social, senza il rischio che un giornalista impiccione e fastidioso provi anche solo a confutare i loro proclami, a porgere qualche domanda, a operare qualche distinguo, a obiettare, a controbattere. In parole povere, a spiegare ed arricchire ciò che il ministro o il leader politico di turno preferisce semplicemente propinare pro domo sua. Lo strumento per riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Certo, come no. Quelle istituzioni rappresentate dall’ineffabile neo sottosegretario all’Editoria Vito Crimi.

Che ai tempi in cui guidava il gruppo dei senatori grillini lanciò serafico il suo «i giornalisti mi stanno veramente sul c…o». E che oggi – dimenticando che il suo movimento non è più un contingente irreggimentato di ribelli antisistema ma un partito di governo e di responsabilità – farfuglia boriose crociate contro i finanziamenti pubblici ai giornali. Salvo poi bruscamente virare, quando capisce che deve quanto meno distinguersi dal gregge delle false demagogie internettiane per scoprire che di quei finanziamenti non c’è alcuna traccia.

E così ripiega sull’intento di voler cancellare l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di diffondere sui giornali gli avvisi e gli esiti delle gare d’appalto (peraltro in buona parte a carico delle aziende partecipanti). Un obbligo a sua volta già smorzato da alcune recenti modifiche normative, che lo hanno reso in alcuni casi praticamente opzionale, facoltativo. La trasparenza, secondo chi nel nuovo governo dovrebbe tutelare la libera e affidabile circolazione delle informazioni e delle comunicazioni, è garantita dalla rete. Cioè dal più grande contenitore planetario di bufale e falsità, sempre più spesso artatamente fatte circolare e propinate agli internauti senza garantire alcun tipo di filtro, di controllo, di verifica. Peraltro, vorremmo rassicurare il sottosegretario all’Editoria (sic!): gli introiti legati a quelle pubblicazioni che lui ora vorrebbe azzerare sono ormai in molti casi talmente irrisori da poter essere difesi proprio come avamposto di trasparenza a favore dei cittadini, senza destare alcun sospetto di lesa maestà e di attacco alle finanze degli stessi giornali.

Un bando pubblicato su un giornale è visibile a tutti. Su un sito, resta nascosto ai più. Pensino piuttosto i governi a rilanciare e semplificare il sistema degli appalti pubblici, aiutando le aziende, sostenendo le imprese, piuttosto che a far calare pesanti e inquietanti silenzi su ciò che ne rimane.

Questo giornale ha sempre sostenuto –e sempre continuerà a sostenere – la necessità di non imbrigliare la libertà di stampa attraverso complessi e perversi meccanismi di intrecci fra l’editoria stessa e il governo della cosa pubblica. Consapevole che proprio l’equidistanza fra le parti sia garanzia di indipendenza e affidabilità. Dunque non invoca, né mai lo ha fatto, chissà quali aiuti di Stato, pur in un momento storico (ormai ultradecennale e del quale non si intravede la fine) in cui le vendite calano, la pubblicità si riduce e i colossi della rete cannibalizzano tutto e tutti. Quegli stessi colossi le cui lobby non hanno mancato di fare pesanti – pesantissime – pressioni sul parlamento europeo che ha osato porre l’accento sulla necessità di avviare una riforma del copyright. Inserendo cioè un legittimo e auspicabile, diciamo pure non procrastinabile, riconoscimento del diritto degli editori di negoziare con i guru dell’oligopolio digitale un giusto compenso per l’uso delle notizie e dei contenuti dei giornali. Cioè la fonte principale dei guadagni e del successo di queste maxi piattaforme online, meno inclini a occuparsi piuttosto dei propri guai fiscali e dell’indiscriminato utilizzo dei dati personali e privati degli utenti.

Niente da fare: la campagna concentrica contro questa riforma, fatta anche di virale diffusione delle solite fake news (Wikipedia che oscura per protesta le sue pagine, nonostante non verrebbe in alcun modo toccata da questa riforma) ha indotto Strasburgo a rinviare tutto a settembre. Google, Facebook, Youtube esultano, i loro paladini sbandierano i vessilli della grande libertà e della libera circolazione delle informazioni, il nostro vicepremier Di Maio si aggiunge al coro, cavalcando lo stop «al bavaglio della rete».

La rete cannibale, ovviamente. Quella che, priva di regole, confini contrattuali, giuridici, perfino etici, ha di fatto segnato la fine di molte realtà editoriali, dragandone in modo sconsiderato anche il bacino commerciale. Nel nome di un malinteso e falso ideale di democrazia. Eppure provate a fermare per una settimana le grandi piattaforme social: crisi di astinenza planetarie, ma i giornali continuerebbero a fare normalmente il loro lavoro, informando, analizzando, raccontando, spiegando. Fermate invece per una settimana l’intero settore dell’informazione tradizionale. Meno crisi di astinenza in materia di selfie e like, ma i colossi di cui sopra collasserebbero per carenza di contenuti (rubati). È dunque questo il futuro che si vuole garantire all’informazione certificata e responsabile? È questo il modo per riavvicinare le istituzioni ai cittadini? Come si vuole sostenere, incoraggiare, stimolare la stampa libera e indipendente? O si vuole forse l’esatto contrario? Ci pensi, il sottosegretario Crimi. I giornalisti gli staranno pure sulle scatole ma, come diceva Henri Benjamin Constant de Rebecque, politico ed intellettuale francese del Settecento, «con i giornali, a volte, c’è disordine; senza di loro, c’è sempre schiavitù». Oggi come trecento anni fa.

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