Lunedì, 19 Novembre 2018

Nel cervello la distruzione della specie, ma la cultura ci salva

Scienza e Tecnica
Il cervello umano programmato per essere un predatore (fonte: Ars Electronica, Flickr)
© ANSA

La distruzione della specie umana è scritta nella parte più antica del cervello, programmato per essere un "predatore del mondo", e soltanto la cultura potrà segnare una radicale inversione di tendenza: è quanto emerge dalla ricerca italiana pubblicata sulla rivista Biological Theory e condotta da Paolo Rognini, del dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

"Stiamo scoprendo che i nostri crani ospitano cervelli che danno ancora risposte ancestrali, non adattative all'era in cui viviamo", ha detto il ricercatore. "In pratica - ha aggiunto - abbiamo alcuni comportamenti, residui di risposte arcaiche, che ci porteranno a distruggere il pianeta e, di conseguenza, noi stessi, realizzando così una versione del tutto inedita dell'evoluzione: l'autoestinzione di una specie". Il ricercatore considera il cervello un 'software vestigiale', un programma generato all'inizio della storia degli esseri umani e che oggi non è più adatto a rispondere agli input di un ambiente completamente diverso. Va quindi aggiornato, secondo la teoria proposta da Rognini, per non rischia di portare la specie umana all'autoestinzione.

"Siamo portatori di un atteggiamento predatorio nei confronti del mondo che ci sta intorno", ha detto ancora Rognini. Per questo è indispensabile intervenire subito, senza aspettare un nuovo atteggiamento dettato dai lunghi tempi dell'evoluzione. "Non possiamo permetterci di aspettare 300.000 anni - ha rilevato - e allora solo modificando la nostra cultura riusciremo a non far scomparire la specie umana".

Il ricercatore ha rilevato che "per milioni di anni l'uomo è rimasto soggetto al controllo dell'ambiente, come tutti gli altri animali, e solo dopo è divenuto trasformatore dell'ambiente e della materia divenendo un super-estrattore". Parallelamente gli esseri umani sono diventati una specie sempre più diffusa: "se per anni siamo stati una specie rara, adesso la tendenza all'espansione potrebbe portare a un definitivo collasso, anche ecologico, entro pochi decenni. Per non parlare della nostra specie".

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