Mercoledì, 14 Novembre 2018
SCONTRO CON CSM

Inchiesta sui fondi, la Lega: "Attacco alla democrazia". Chiesto incontro con Mattarella

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Matteo Salvini

"Siamo di fronte a un grave attacco alla democrazia e alla Costituzione: vogliono mettere fuorigioco per via giudiziaria il primo partito italiano, chiediamo un incontro al capo dello Stato", appena torna dalla Lituania. La Lega continua a usare toni forti per tenere ancora alta la tensione sulla vicenda dei 49 milioni di fondi pubblici al centro delle indagini del Tribunale di Genova.

Dal Quirinale, tuttavia, non trapela nessun tipo di commento circa la richiesta di un incontro. In ambienti parlamentari però, si osserva che mai in passato i presidenti della Repubblica abbiano interferito con decisioni della magistratura.
Intanto è scontro tra Lega e Csm, con il Consiglio superiore che esprime - informalmente - "seria preoccupazione" per parole e toni che vengono ritenuti "non accettabili". E il Carroccio che risponde per le rime: "Solo in Turchia, nei tempi moderni, un partito democratico e votato da milioni di persone è stato messo fuorilegge attraverso la magistratura", è la replica da fonti del partito.

Parla invece apertamente il capo della Procura di Genova, Francesco Cozzi, limitandosi però a ricordare un "dato tecnico" è cioè che il sequestro dei beni diventa eseguibile "a condizione che la sentenza del Riesame segua il principio affermato dalla Cassazione". Dal punto strettamente giudiziario la vicenda potrebbe andare avanti a lungo, ma la polemica politica invece infuria furibonda.

Matteo Salvini continua a definire la sentenza un atto "politico", ma ostenta serenità. "Non ho sentito Berlusconi. È evidente - osserva a margine dell'assemblea dell'Ania - che c'è qualche giudice che fa politica ma non esiste un disegno generale. Noi siamo tranquillissimi, nessuna preoccupazione contro questa sentenza bizzarra". Nega ogni ricorso alla piazza o a qualsiasi forma di mobilitazione: "Non abbiamo tempo da perdere con queste cose, abbiamo troppo da lavorare", conclude.

Del resto la linea difensiva del Carroccio è nota: tutti quei soldi di finanziamento pubblico sono stati spesi solo per fare politica. "Tutti dicono: i 49 milioni scomparsi. Un attimo - spiega il tesoriere Giulio Centemero - quei soldi sono i rimborsi che per legge dovevano essere percepiti in base ai voti ottenuti. E tanto per cominciare: quel presupposto per ottenerli è stato rispettato".

Sulla stessa linea un dirigente leghista storico, più volte ministro, Roberto Castelli: "Quei soldi non ci sono più perché sono stati necessari a noi per permetterci di fare politica: penso a Via Bellerio e i 75 funzionari impiegati, ai costi delle sedi in giro nel nord, alla radio, alla Tv, a quella idrovora della 'Padania' e poi a quello speso per le campagne elettorali". Per anni l'ex Guardasigilli è stato nella direzione amministrativa del partito e conosce bene quella fase. "So che qualcuno ha tentato di fregarsi i soldi e portarsi qualche milione all'estero ma è stato bloccato. Esiste poi la vicenda degli 800 mila euro di Bossi di spese personali. Ma quella questione non c'entra nulla con i 49 milioni di cui si parla oggi".

Nessun commento da parte degli alleati di governo dei Cinque Stelle. Un silenzio messo ovviamente in risalto dall'opposizione del Pd. "La battaglia per l'onestà di Luigi Di Maio si ferma se a commettere reati sono i suoi alleati?". Si chiede ironicamente su Twitter il presidente dem, Matteo Orfini. Il segretario reggente, Maurizio Martina, parla di "assordante silenzio grillino". "Dove sono - incalza - i tromboni della morale a cinque stelle?". Polemico anche l'ex premier, Matteo Renzi, in diretta Facebook: "Questo grande richiamo all'onestà sembra venire meno. Stiamo aspettando che il ministro Salvini venga in Parlamento a raccontare che fine hanno fatto i soldi della Lega.
Nel frattempo che è impegnato a chiudere i porti - conclude Renzi - bisognerebbe che aprisse il portafoglio perché quei soldi non sono della Lega sono dei cittadini"

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