Martedì, 19 Giugno 2018

Le onde gravitazionali possibili spie di un mini buco nero

Le prime onde gravitazionali emesse dalla collisione di due stelle di neutroni il 17 agosto 2017  potrebbero aver stabilito anche un altro primato: la nascita di un mini buco nero con la massa più piccola di sempre, 2,7 volte quella del Sole. L’ipotesi è legata a una diminuzione dell’emissione di raggi X osservata dai telescopi XMM Newton dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Chandra della Nasa.

A osservare per primo questa attenuazione un gruppo di ricercatori italiani coordinato da Paolo D’Avanzo, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), che ha pubblicato i risultati sulla rivista Astronomy&Astrophysics senza fare però riferimento al buco nero. A tirare in ballo il piccolo ‘cannibale cosmico’ è invece un altro gruppo di astronomi dell’Università americana Trinity di San Antonio, in Texas, coordinato da Dave Pooley, che si è spinto oltre, ipotizzando in uno studio pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal Letters, una possibile relazione tra la radiazione X e la nascita di un mini buco nero.

“Noi astronomi - ha precisato Pooley - abbiamo a lungo pensato che la fusione di due stelle di neutroni potesse generare un buco nero, senza averne però le prove. Ora, grazie all’evento cosmico della scorsa estate stiamo imparando molto sull’astrofisica degli oggetti più densi del cosmo, come stelle di neutroni e buchi neri”, ha aggiunto. La fusione di due stelle di neutroni  che ha scosso la trama del cosmo con la produzione di onde gravitazionali in una galassia distante circa 130 milioni di anni luce dalla Terra, è stata infatti accompagnata per la prima volta da un’emissione luminosa osservata in tutte le lunghezze d’onda, dai raggi gamma fino alle onde radio, segnando così l’alba della cosiddetta ‘astronomia multimessaggero’. Per questo, subito dopo la prima osservazione dell’agosto 2017 è partita un’approfondita analisi dei dati raccolti da oltre 70 telescopi spaziali e terrestri, ancora in corso. Nell’ambito di queste analisi, ha spiegato all’ANSA Paolo D’Avanzo, “abbiamo visto che l’emissione di raggi X, dopo un iniziale crescendo di poco più di 100 giorni, si affievolisce”.

Per i ricercatori italiani, però, la natura della sorgente di questa radiazione, sia essa un buco nero o una stella di neutroni, non è una questione centrale. “Nella nostra ricerca - ha concluso D’Avanzo - ci siamo concentrati su un aspetto diverso: capire se l’emissione di energia e materia sia focalizzata in un unico getto o avvenga in tutte le direzioni”.

© Riproduzione riservata

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