Venerdì, 17 Agosto 2018

Flavia e il melanoma, vincere e' un gioco di squadra

Salute e Benessere
Flavia e il melanoma, vincere e' un gioco di squadra
© ANSA

È un gioco di squadra quello che porta a vincere contro un tumore. Nel quale un ruolo fondamentale lo svolgono, oltre a chi affronta la malattia, quelli che si potrebbero definire i 'capocannonieri', cioè i medici a cui ci si affida per le operazioni chirurgiche e le terapie, ma anche il resto dello staff sanitario, dagli infermieri al personale di sala operatoria, fino ai fisioterapisti. Persone non di rado con contratti saltuari, che spesso fanno un lavoro che può apparire 'invisibile' agli occhi di molti, ma non di chi affronta la malattia ed è consapevole dell'importanza della loro professionalità e del senso di umanità che offrono. Parola di Flavia Di Donato, scrittrice romana esordiente, che nel 2016 ha affrontato la battaglia contro un melanoma agli IFO di Roma. Flavia ha dedicato un libro proprio alla sua esperienza con il tumore. Si chiama "Blu. Prima di un altro inizio", edito da Il Seme Bianco, e che verrà ripubblicato in autunno da Castelvecchi Editore. Il volume, in cui trapela la sua passione per il mare, "parla proprio degli incontri in ospedale, medici, volontari, infermieri, fisioterapisti, attraverso i quali - sottolinea Flavia - sono riuscita a percepire in questa vicenda bellezza, perché ho visto l'amore che loro infondono nel paziente, amore per la vita e per la professione che fanno". "È proprio lo staff sanitario che mi ha aiutato a vedere la bellezza in una situazione così difficile - spiega - il chirurgo che mi ha operato, Michele Anza', preparato professionalmente e dotato di una straordinaria umanità ed empatia nei confronti dei suoi pazienti, ma anche un altro giovane chirurgo, Fabio Pelle, che mi ha dato sicurezza prima di entrare in sala operatoria e informazioni chiare e accurate sulla malattia, e la fisioterapista Lucilla Gandini, con cui ho affrontato la fase di riabilitazione. Figure importantissime che mi hanno accompagnata lungo un sentiero spesso accidentato come quello del cancro". Tutto inizia con un neo che si è modificato sulla rotula della gamba destra: Flavia se ne accorge ma lo trascura per mesi, presa dal lavoro che l'aveva portata negli Stati Uniti e dalla malattia della mamma. Quando a fine settembre va dalla dermatologa arriva il sospetto che sia un melanoma, confermato poi da un esame istologico. "Ero spaesata - racconta - mi sentivo come se non potesse essere capitato a me quello che mi era successo. Era una nuova condizione, difficile, con la quale fare i conti: in quei momenti non ci si sente più invincibili e con nulla a che fare con la morte. Avevo una bimba di due anni, sia io che mio marito lavoravamo, era una situazione imprevista da gestire. Spesso il problema in questi casi è che si ha bisogno di essere 'accompagnati', non solo dal punto di vista psicologico ma anche pratico". Poi l'approdo agli IFO, accertamenti sui linfonodi 'sentinella' da cui è emerso che uno era sede di micrometastasi e la linfoadenectomia, cioè l'asportazione dei linfonodi inguino-femorali, retrocrurali, iliaci e otturatori di destra.
    "Ricordo che il dottor Pelle è venuto in sala di preanestesia ed è riuscito a farmi sentire a mio agio prima dell'entrata in sala operatoria, ero tranquilla, serena", evidenzia Flavia.
    Poi la lenta ripresa e la difficoltà a rimettersi in piedi, con un drenaggio che ha portato per tre settimane. Fondamentale per evitare il gonfiore all'arto è stato il lavoro successivo con la fisioterapista. Senza dimenticare il ruolo che, nell'aiuto contro la malattia, hanno avuto per Flavia i volontari dell'AMSO, l'Associazione che da anni opera agli IFO al fianco del malato oncologico e dello staff medico-sanitario, con la loro segretaria generale Pina Cervini.
    La linfoadenectomia per fortuna ha mostrato che non c'erano metastasi. A gennaio 2017 Flavia ha iniziato a scrivere il libro. "Volevo tirarlo giù senza razionalizzare troppo, che fosse una cosa fresca dal punto di vista emotivo. È stato anche un periodo in cui non potevo piangermi addosso, anche per la contemporaneità della malattia di mia madre. Il sostegno della mia famiglia mi ha molto aiutata".
    "Oggi che ne sono uscita - conclude - pensare al tumore mi dà una sensazione di fortissima libertà. Mi sento libera di vivere pienamente ogni momento essendo me stessa, libera da quei legacci, da quel ferrume che ci si porta addosso prima di vivere un'esperienza simile. Dopo un tumore si diventa autentici, si è se stessi 'senza pelle'. Si filtra tutto con una sensibilità diversa, si tira fuori quello che si è senza timore. Il tumore è un'esperienza dirompente che genera rinascita e nuove consapevolezze nella vita. Cambia l'approccio alle persone, i piccoli dettagli spesso diventano rivelazioni. Si ha anche più rispetto della sofferenza: non si pensa più ai malati come a qualcuno da tenere a distanza. A chi affronta ora la malattia consiglio di non arrendersi mai e di informarsi. Cercare sui canali giusti corrette informazioni e chiedere notizie del proprio stato, affidandosi al personale sanitario che può aiutare a rompere il muro della solitudine". 
   

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