Mercoledì, 20 Giugno 2018
URBI ET ORBI

Pasqua, l'appello del Papa per la pace: stop allo sterminio in Siria e accogliamo chi fugge

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Papa Francesco durante la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua

CITTÀ DEL VATICANO. Porre fine allo sterminio «nella martoriata Siria», riconciliare i popoli di Terra Santa, «anche in questi giorni ferita da conflitti», incoraggiare il dialogo in Corea. Senza dimenticare tutti i teatri di tensione e conflitti, dall’Ucraina al Venezuela, dallo Yemen al Sud Sudan. Papa Francesco, nel tradizionale messaggio pasquale 'Urbi et Orbi' ha invocato con forza la pace ma anche una società che la smetta di «scartare» i più fragili, a partire dai bambini e dagli anziani.

Torna a chiedere anche più attenzione per i profughi: «non manchi la solidarietà per le molte persone costrette ad abbandonare le proprie terre e private del minimo necessario per vivere».

Sono stati 80mila i fedeli che hanno partecipato oggi alla messa e alla benedizione dalla Loggia. Famiglie, religiosi, gruppi di giovani fin dalle prime ore di questa mattina si sono messe disciplinatamente in fila per superare i controlli ai varchi. Diversi i filtri intorno ad un Vaticano super-vigilato, con strade chiuse e migliaia di uomini della sicurezza dislocati ovunque.

Papa Francesco, come aveva invitato ieri sera nella veglia pasquale a superare i silenzi contro le ingiustizie, anche oggi ha chiesto: «Io che faccio? Tu che fai?». Un appello dunque perché ognuno faccia la sua parte.

«Noi cristiani crediamo e sappiamo che la risurrezione di Cristo è la vera speranza del mondo, quella che non delude», ha sottolineato nel giorno più importante dell’anno per la comunità cristiana. Occorre portare allora speranza e dignità - è stato l’appello di Papa Francesco - nella «nostra storia, segnata da tante ingiustizie e violenze», «dove ci sono miseria ed esclusione, dove c'è fame e manca il lavoro, in mezzo ai profughi e ai rifugiati, tante volte respinti dall’attuale cultura dello scarto, alle vittime del narcotraffico, della tratta di persone e delle schiavitù dei nostri tempi».

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