Venerdì, 21 Settembre 2018
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Ast, la maxi inchiesta per gli ammanchi, i dipendenti si difendono: acconti autorizzati

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PALERMO. «Abbiamo solo chiesto degli acconti sullo stipendio. E questi acconti erano autorizzati di volta in volta da un dirigente. Non abbiamo rubato nulla. Se qualcuno ha sbagliato, è da cercare fra i vertici dell’azienda»: Francesco Crecco è il leader sindacale della maggior parte dei dipendenti dell’Ast finiti nell’indagine sugli incassi dei biglietti trattenuti. Crecco è il coordinatore regionale della Fit Cisl e anche lui è uno dei 75 autisti palermitani (su 150) finiti al centro dell’esposto del Cda alla magistratura e della indagine interna dell’Ast.

Una indagine nata da una relazione del collegio dei revisori dei conti su un buco da 170 mila euro. Da qui è partita l’inchiesta, visto che quella relazione è stata spedita dall’allora presidente Massimo Finocchiaro alla Procura della Repubblica. Il sospetto è che gli autisti trattenessero parte dell’incasso per far fronte al ritardo della busta paga.

Ma gli autisti dell’Ast provano a dimostrare che quei soldi venivano incassati alla luce del sole: «Fra il 2011 e il 2016 l’Ast pagava gli stipendi anche con 3 mesi di ritardo - rileva Massimo Cravotta, rappresentante della Cisal, anche lui autista a cui l’azienda sta contestando di aver trattenuto gli incassi -. Molti di noi sono monoreddito. Come si può sopravvivere senza stipendio per tre mesi? E la colpa è della Regione che non paga regolarmente i contributi previsti per l’Ast, che a sua volta non ci paga gli stipendi».

Sono arrivati in tanti ieri sera nella redazione del Giornale di Sicilia per cercare di spiegare cosa è avvenuto in quegli anni all’Ast. Tutto ruota intorno al fatto che all’Ast l’autista fa anche il bigliettaio quando un passeggero sale a bordo: «Dopo il turno di lavoro, rientrati in azienda, consegnavamo l’in - casso al cassiere - precisa Crecco -. E le somme corrispondevano sempre con il numero di biglietti emessi. Conseguentemente al deposito chiedevamo un anticipo. I direttori di struttura sapevano e autorizzavano il cassiere a dare fino a un massimo di 800 euro. Da dove pigliassero questi soldi non spetta a noi dirlo».

Ma è questo il punto centrale della vicenda: secondo i revisori e il Cda venivano trattenuti gli incassi e per questo in azienda sarebbe maturato un buco. I dipendenti invece dicono che tutto era concordato e mostrano la busta paga in cui è indicato che ciascuno di loro ha ricevuto degli acconti. Su questo ruota la difesa degli autisti: «Dalla busta paga si evince che l’azienda era a conoscenza di tutto. Se questa procedura non poteva essere autorizzata, la colpa è del consiglio di amministrazione o della direzione dell’epoca - azzardano Crecco e Cravotta -. Le cifre che noi ricevevamo come acconto ci venivano poi trattenute quando arrivava lo stipendio».

È la tesi che sostengono tutti gli autisti coinvolti nel caso. Con Crecco e Cravotta sono arrivati in redazione per metterci la faccia anche Giovanni Porretto, Salvatore Vattiato e Vincenzo Caruso. E tutti ora puntano il dito contro l’azienda: «Questa indagine è nata perchè nel Cda ci sono state persone che non conoscevano le procedure oppure non sapevano contabilizzare le operazioni. Il buco da 170 mila euro potrebbe essere anche il frutto del rifornimento di benzina per i mezzi che facevamo alle normali pompe perchè l’azienda non aveva i soldi per acquistarla all’ingrosso. E anche alla pompa di benzina pagavamo con gli incassi dei biglietti».

Gli autisti citano anche i sindacati: «Tutti sapevano e infatti nelle audizioni che sono seguite alle lettere di contestazione ci stanno difendendo». È il segnale che il clima all’Ast si è fatto incandescente. Dopo gli atti chiesti dalla Guardia di Finanza sono scattate le audizioni degli autisti coinvolti, che la direzione sta facendo nell’ambito dell’indagine amministrativa interna. Non sono ancora finite e per questo motivo anche gli autisti che non hanno preso soldi dalla cassa stanno facendo fronte comune con i colleghi finiti nei guai. Lo confermano Giuseppe Schiera, Francesco Pietro Giannone, Fabio Bartolone e Girolamo Mosca, non coinvolti nell’indagine ma in prima linea con i colleghi.

Gli autisti a cui è stato contestato l’ammanco ora rischiano un processo e il licenziamento. Il direttore generale, Ugo Fiduccia, che all’epoca dei fatti dirigeva la struttura di Palermo e ha ammesso di essere stato a conoscenza degli acconti, ricorda che a Catania il processo a due dipendenti per un caso analogo «è finito con l’assoluzione». Si vedrà. Intanto gli autisti alzano il tiro contro l’azienda: «Ci chiediamo perchè il Cda non si sia occupato in passato dei mancati versamenti all’Inps e dei mancati versamenti alle finanziarie da noi sottoscritte malgrado a noi venissero trattenute le somme. E alla Regione chiediamo perchè da anni ha bloccato gli avanzamenti di carriera e le assunzioni all’Ast. Qualcuno sa che siamo sotto organico? E che utilizziamo mezzi vecchi anche di 30 anni? Sono bus di categoria euro 0, pericolosi per l’ambiente e anche per i passeggeri».

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