Venerdì, 19 Ottobre 2018
IL COMMENTO

Corruzione, i troppi squarci nel sistema Italia

di
corruzione, Sicilia, Editoriali
Marco Romano

Secondo l’Istat, il 7,9% delle famiglie italiane è stato almeno una volta coinvolto in episodi di corruzione. Secondo il Global Corruption Barometer, il 7% degli italiani ha almeno una volta pagato una tangente per accedere a un servizio pubblico essenziale.

Secondo Transparency International, l’Italia è terz’ultima in Europa per livelli di corruzione (peggio fanno solo Grecia e Bulgaria). Secondo Eurobarometro, il 97% degli italiani considera la corruzione un problema molto o abbastanza diffuso (nei Paesi Ue la percentuale scende al 74%). È sufficiente spulciare report e snocciolare cifre per rendere efficace l’idea di cosa oggi è la corruzione in Italia.

Di cosa è oggi un Paese che avrebbe dovuto risorgere dalle ceneri di Tangentopoli e nel quale invece la connotazione sistemica dei fenomeni corruttivi non risparmia ormai più alcun ambito pubblico e istituzionale. Con un volume d’affari criminale pari a oltre il 10% del Pil nazionale (percentuale che sfiora il raddoppio in Sicilia). E tanto da aver avuto bisogno di mettere in piedi un’Autorità appositamente destinata alla crociata anti-mazzettari e anti-tangentisti.

Ci pensano le cronache, ormai quasi quotidianamente, a metterci davanti a una realtà sempre più reticolare, magmatica, a un intreccio di potere, abuso e discrezionalità speculare che testimoniano come i livelli di permeabilità e penetrazione si siano issati fino ad altezze siderali. Tali da mettere seriamente a rischio anche la credibilità e l’affidabilità complessiva di chi quei fenomeni è chiamato a scongiurarli, contrastarli, reprimerli.

E se da tempo ci siamo abituati alle performance di una classe politica oggi sguaiata nei toni, scarsamente alfabetizzata nei contenuti, mediocre nelle forme e discutibile per etica, meno – molto meno – si riesce a digerire una certa progressiva pervasività del malaffare anche negli ambienti giudiziari.

L’inchiesta che ieri ha portato all’arresto, fra gli altri, di un pubblico ministero e nella quale risultano indagati almeno altri due magistrati (penali e amministrativi) , approda sulle cronache proprio nei giorni in cui a Caltanissetta ha preso il via il processo a carico dell’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo Silvana Saguto (della quale il pg della Cassazione ha appena chiesto la rimozione dall’ordine giudiziario).

Fatta salva ovviamente la sacra presunzione d’innocenza di tutti gli indagati (nel primo caso) e imputati (nel secondo) fino a sentenza definitiva, il segnale che ne deriva è comunque quello di un sistema giudiziario con non pochi, né poco significativi, squarci. La magistratura - sia inquirente che giudicante – determina, più di ogni altro elemento del meccanismo di governo e gestione di un Paese democratico, il destino e la libertà di ogni singolo componente di quella stessa comunità da governare e gestire.

Dunque squarci come questi rischiano di tracimare dall’episodio al sistemico. Almeno nella percezione complessiva, che è poi anche quella che condiziona fiducia e credibilità generali. E conseguenti comportamenti. Uomini e donne sono i magistrati, così come uomini e donne sono i politici. Nessuno unto dal Signore, gli uni come gli altri. Non più tardi di due giorni fa, durante un convegno, l’ex procuratore aggiunto di Palermo Leonardo Agueci sottolineava che «la corruzione è legata direttamente al potere, è espressione deviata del potere, in assenza o gravi carenze di controlli».

Assioma impeccabile, quello di un magistrato che nella sua lunga carriera si è occupato a lungo proprio dell’intreccio mafia-corruzione. Ma è proprio il rapporto potere-controlli che oggi più che mai chiama in ballo anche il mondo togato. Tutela estrema in uno Stato di diritto.

Nel corso dello stesso convegno, il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, evidenziava come «la zona grigia e i colletti bianchi sono il vero problema di questo Paese. Se vogliamo contrastare questi tipi di fenomeni, dobbiamo mettere al centro due questioni: la repressione giudiziaria e la capacità del mondo delle professioni di fare pulizia al proprio interno». Un equilibrio che però salta, quando in quella torbida area grigia finiscono anche esponenti dell’ordine giudiziario. Le inchieste per fortuna dimostrano che non si fanno sconti neanche a loro. E ciò conforta e rassicura. Resta però il fatto che queste vicende contribuiscono a insozzare ancora di più la credibilità di un Paese in cui la corruzione non si limita più a estendersi. Ma si sta drammaticamente innalzando.

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