Lunedì, 23 Aprile 2018

Il volo di Stato e il tricolore con lo stemma reale sulla bara: le spoglie dei Savoia tornano tra le polemiche

MONDOVÌ. Il tricolore con lo stemma dei Savoia posato sulla bara di legno scuro. Le note del 'Silenzio fuori ordinanza' suonate dalla tromba di un caporalmaggiore degli alpini. La benedizione del rettore, don Meo Bessone.  Vittorio Emanuele III e la moglie, Elena, riposano uno accanto all’altra nel maestoso Santuario di Vicoforte, a pochi chilometri da Mondovì. Ma il ritorno in patria delle spoglie del re, discusso e controverso, e a bordo di un «volo di Stato», ha riacceso il fuoco delle polemiche.

Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, dice che «in un’epoca segnata dal progressivo smarrimento di valori fondamentali il rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia non può che generare profonda inquietudine». Perché, spiega, nel 2018 cadrà l’ottantesimo anniversario «dalla firma delle leggi razziste». E perché il sovrano «fu complice di quel regime fascista di cui non ostacolò mai l’ascesa né la violenza».

Opposta la lettura di Aldo Alessandro Mola, già presidente della Consulta dei senatori del Regno, che ha assistito alla cerimonia nel Santuario: «Vittorio Emanuele III era un re costituzionale e non poteva non firmare una legge approvata dal Parlamento».
Oggi nel Santuario di Vicoforte arriverà in visita l’erede al trono, Vittorio Emanuele: un «omaggio alle sepolture provvisorie dei miei nonni». Parole che confermano la divisione in Casa Savoia tra chi, come lui, per le spoglie dei sovrani vorrebbe definitivamente il Pantheon e chi si contenta della basilica piemontese: è stato soprattutto per volontà di Maria Gabriella, sorella di Vittorio Emanuele, che le spoglie dei due sovrani sono state riunite a Vicoforte.

Vittorio Emanuele III è stato portato su suolo italiano a settant'anni dalla morte, due giorni dopo l’arrivo, da Montpellier, della regina Elena. Un velivolo dell’Aeronautica militare ha prelevato la bara ad Alessandria d’Egitto, dove giaceva nella cattedrale di Santa Caterina e, dopo una tappa intermedia, ha fatto scalo all’aeroporto di Cuneo-Levaldigi.

La bara è poi giunta al Santuario per una cerimonia descritta come "sobria e discreta": ai giornalisti, ai turisti e ai pellegrini le porte sono state aperte solo dopo due ore. A chiedere al Presidente della Repubblica di interessarsi per far rientrare in Italia le spoglie di Vittorio Emanuele III è stata la famiglia Savoia e Mattarella si è rivolto al Governo per il supporto necessario. Sarebbe stato altrimenti molto difficile, infatti, viene rilevato in ambienti del Quirinale, organizzare il trasferimento dall’Egitto all’Italia.

'Liberi e Uguali', per bocca dell’esponente di Sinistra italiana Giulio Marcon, chiede che «governo e Aeronautica militare spieghino, per decenza, come mai è stato usato un volo di Stato per colui che non si oppose all’avvento della dittatura fascista». «La Comunità ebraica si sente offesa? Ritengo che questa sia un’offesa per tutti...», aggiunge la senatrice M5s Laura Bottici, che invita a parlare comunque di "pensioni e dei problemi del lavoro che affliggono le persone». Per il presidente onorario dell’Anpi, Carlo Smuraglia, "portare la salma in Italia con solennità e volo di Stato è qualcosa che urta le coscienze di chi custodisce una memoria storica. Quella dei Savoia è una vicenda chiusa».

Per il rettore del Santuario di Vicoforte, don Meo Bessone, il rimpatrio delle salme di Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia «può rappresentare dal punto di vista civile un’occasione di riconciliazione nazionale». Lo stesso auspicio che, tra i politici, esprime Giorgia Meloni (Fdi).

È tornato a farsi sentire Emanuele Filiberto rivendicando il Pantheon come luogo di sepoltura perché, «anche se di errori i Savoia ne hanno fatti, riportarli lì significherebbe che siamo in un’Italia nuova, che non dimentica, ma che sa guardare avanti». Emanuele Filiberto, poi, polemizza anche per la 'segretezza' con cui sarebbe stata condotta l'intera operazione. E spiega: «Mio padre ha firmata a settembre una lettera per chiedere l’intervento del presidente Mattarella, perché dopo gli incidenti in Egitto era una follia far rimanere lì il re d’Italia. Due le condizioni: essere informati e che le salme tornassero al Pantheon. Ma da quel momento non abbiamo avuto più notizie. Io credo che in buona fede il Presidente abbia fatto quello che doveva fare pensando che la famiglia fosse unita e si parlasse, invece c'è chi ha scelto il luogo sbagliato», ha detto riferendosi alla zia Maria Gabriella.

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