Domenica, 21 Ottobre 2018
LA LETTERA

Dell'Utri sospende lo sciopero del vitto in carcere ma non quello della terapia

ROMA. Marcello Dell’Utri sospende lo sciopero del vitto, ma non quello della terapia, ribadisce che il carcere, per una persona malata, non è luogo di cura né di umanità, e sottolinea ancora una volta di non volere la grazia, invitando a non prendere iniziative in tal senso in suo favore.  Dalla casa circondariale di Rebibbia, dove è detenuto da oltre tre anni per scontare una condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, l’ex senatore, affetto da patologia cardiaca, scrive una lettera al giornalista Nicola Porro in occasione di una puntata speciale di Matrix dedicata al suo caso e dopo che è stata respinta una sua richiesta di sospensione condizionale della pena.

La decisione di accettare il vitto nasce dalla sua preoccupazione per la possibile scelta delle figlie di imitare il padre nello sciopero della fame.  «Per motivi familiari - scrive Dell’Utri - smetto da oggi lo sciopero del vitto, mentre continuo quello della terapia. Lo faccio per sottolineare ancora il mio caso particolare, ma anche per evidenziare quello generale della 'sorveglianzà nelle carceri che non è in grado di soddisfare quel livello di sanità e umanità necessario per chi è affetto da gravi e pericolose patologie. Conosco casi di detenuti in condizioni peggiori delle mie e senza voce alcuna per farsi sentire», continua l’ex senatore.

«Sono in balia -scrive ancora Dell’Utri - di una magistratura cosiddetta di sorveglianza che spesso nulla sorveglia e giudica con la vista corta d’una spanna. Sono mesi che ho chiesto di parlare col 'magistrato di sorveglianzà ma non ho mai avuto risposta. Ci tengo poi a ribadire che per me non chiedo alcuna grazia e invito anche a non prendere iniziative in tal senso. Ringrazio però quanti si sono mobilitati in mio favore - conclude Dell’Utri - sperando che qualcosa possa cambiare e mutare l’indifferenza in effettiva azione per migliorare le condizioni di una pena che spesso è una condanna alla dissoluzione della persona».

Dell’Utri «chiude» , dunque, ancora una volta sull'ipotesi della grazia e quell'invito «a non prendere iniziative in tal senso» sembra rivolto anche alla moglie. «Lui non vuole la grazia - aveva detto qualche giorno fa la consorte Miranda Ratti - ma se fosse l’unica possibilità di salvargli la vita la chiederò»

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