Martedì, 16 Ottobre 2018
IL CASO

Dell'Utri: "Non sono un uomo da graziare ma da liberare per curarsi"

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Marcello Dell'Utri

ROMA. «Io non sono un uomo da graziare. Io sono un uomo da liberare almeno per curarsi». Lo ha detto Marcello Dell’Utri al senatore di Fi Francesco Giro che è andato a visitarlo nel carcere romano di Rebibbia. «Questo mi ha ripetuto mentre lo abbracciavo forte» ha spiegato Giro aggiungendo: «Non vuol sentire parlare di 'grazia'. Non la vuole e comunque la rifiuterebbe». All'ex senatore di Foza Italia due giorni fa il tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto la richiesta di sospensione della penaDell'Utri sta scontando in cella una condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa.

«Marcello a questo punto ha iniziato lo sciopero del vitto carcerario. Non mangia il cibo del carcere ma le pochissime cose che acquista per sé, fette biscottate qualche crackers, biscotti e della cioccolata. E acqua minerale. Rispetto ad un paio di mesi fa l’ho visto dimagrito e sopratutto insofferente». E’ quanto riferisce Giro. «Conosco Marcello - racconta Giro - da 20 anni. Il mio apprendistato politico lo devo a persone come lui. E' sereno anche se amareggiato per la sua vicenda carceraria. Tre perizie mediche su quattro - sottolinea - hanno stabilito che le sue attuali condizioni di salute sono assolutamente incompatibili con il regime penitenziario. Persino la perizia disposta dal PM, quella presentata dal suo collegio di avvocati e quella dei medici di Rebibbia. Ma il tribunale di sorveglianza ha negato il beneficio dei domiciliari in base alla quarta e unica perizia negativa per Marcello quella (guarda un po') presentata dal tribunale di sorveglianza».

Dell'Utri ha anche scritto una lettera accorata, forte e dai toni decisi in cui non chiede compassione ma giustizia e il riconoscimento dei propri diritti. Nella lettera torna a chiedere di poter essere curato in ospedale.

«Dell’Utri dovrebbe essere il primo in Italia a fare la radioterapia da detenuto. Ci sono evidenti ragioni per cui questo non è mai accaduto: l’inumanità di curare un tumore da detenuto e soprattutto l’impossibilità di realizzare la terapia». A sostenerlo è l’avvocato Simona Filippi, del collegio di difesa di Marcello Dell’Utri, che ricorda come le relazioni che attestano l’incompatibilità dell’ex senatore con il regime carcerario siano del medico del carcere, «il medico che lo segue da un anno e mezzo e che ne ha la responsabilità».

«E' inumano - aggiunge l’avvocato, che da sempre si occupa di diritti delle persone private della libertà - tenere in carcere un uomo di 76 anni affetto da una grave cardiopatia e da un tumore maligno, anche se i magistrati nel rigettare la richiesta di detenzione ospedaliera sostengono che queste patologie possono essere affrontate anche da detenuto».

«Con una motivazione del rigetto di ben 17 pagine - sottolinea Filippi - i magistrati riprendono soltanto le relazioni dei loro periti, ignorando le consulenze dei medici della difesa e della Procura e ignorando soprattutto le due recenti relazioni del medico del carcere. Si sono così presi la responsabilità di negare il diritto di cura ad un uomo».

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