Giovedì, 14 Dicembre 2017
CENSIS

Italia in ripresa ma cresce il rancore, in aumento anche la povertà assoluta

ROMA. La ripresa c'è, ma cresce l'Italia del rancore. E' l'analisi del Censis nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese. Secondo l'istituto di ricerca, "persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura: il rimpicciolimento demografico del Paese, la povertà del capitale umano immigrato, la polarizzazione dell'occupazione che penalizza l'ex ceto medio".

"Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore". Infine, "la paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale".

L'87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l'83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. L'87,3% dei Millenianls pensa che sia molto difficile l'ascesa sociale e il 69,3% che al contrario sia molto facile il capitombolo in basso.

Allora, osserva il Censis, si rimarcano le distanze dagli altri: il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all'eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% che si unisca a una persona più anziana di vent'anni, il 42,4% a una dello stesso sesso, il 41,4% a un immigrato, il 27,2% a un asiatico, il 26,8% a una persona che ha già figli, il 26% a qualcuno con un livello di istruzione inferiore, il 25,6% a una persona di origine africana, il 14,1% a una con una condizione economica più bassa. E l'immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai.

PERSONE IN POVERTÀ ASSOLUTA

Sono oltre 1,6 milioni le famiglie che nel 2016 sono in condizioni di povertà assoluta, con un boom del +96,7% rispetto al periodo pre-crisi. Gli individui in povertà assoluta sono 4,7 milioni, con un incremento del 165% rispetto al 2007. Tali dinamiche incrementali hanno coinvolto tutte le aree geografiche, con un'intensità maggiore al Centro (+126%) e al Sud (+100%).

Il boom della povertà assoluta, osserva l'istituto di ricerca, rinvia a una molteplicità di ragioni ma in primo luogo alle difficoltà occupazionali, visto che tra le persone in cerca di lavoro coloro che sono in povertà assoluta sono pari al 23,2%. Il fenomeno ha una relazione inversa con l'età: nel 2016 si passa dal 12,5% tra i minori (+2,6% negli ultimi tre anni) al 10% tra i millennial (+1,3%), al 7,3% tra i baby boomer, al 3,8% tra gli anziani (-1,3%).

La povertà assoluta ha l'incidenza più elevata tra le famiglie con tre o più figli minori (il 26,8%, +8,5%). I dati mostrano "un altro trend - aggiunge il Censis - il cui potenziale sviluppo può avere gravi implicazioni nel futuro: l'etnicizzazione della povertà assoluta". Nel 2016 il 25,7% delle famiglie straniere è in condizioni di povertà assoluta contro il 4,4% delle famiglie italiane, mentre nel 2013 erano rispettivamente il 23,8% e il 5,1%.

GIOVANI E LAVORO, PRIMI SEGNALI DI RIPRESA

"Giovani e lavoro: qualcosa si muove", evidenzia il rapporto Censis. "Si consolidano i primi segnali di ripresa per l'occupazione dei giovani, già registrati nel corso del 2016. Nei primi sei mesi di quest'anno gli occupati con un'età compresa tra i 15 e i 34 anni hanno raggiunto i 5.108.000 unità, con un incremento di 67.000 giovani rispetto al primo semestre del 2016".

Un incremento dell'1,3% che "ha portato la quota dell'occupazione giovanile, sul totale delle persone che lavorano, al 22,3%, un punto decimale in più rispetto allo stesso periodo del 2016". Il tasso di occupazione, calcolato sul totale delle persone della stessa fascia d'età, rileva ancora il Censis, "è del 40,7% e nel confronto fra i primi tre mesi di quest'anno e il trimestre successivo aumenta di un decimale, confermando una tendenza comunque positiva". Così come "la diminuzione del tasso di disoccupazione, ancora però molto alto".

Il Censis sottolinea anche "il doppio volto dell'invecchiamento dell'occupazione". Per gli over 50 "segna un aumento complessivo di circa 1.300.000 unità, con un 20,1% in più nel periodo compreso 2008-2013 e un ulteriore +16% nel periodo 2013-2016. Si arriva così a 7.768.000 occupati con almeno 50 anni". Ma "nel 2016 i disoccupati con 50 anni e oltre hanno raggiunto la cifra di 501.000, pari a 17 disoccupati su 100 totali. Se tra il 2013 e il 2016 il numero delle persone in cerca di occupazione si è ridotto di 57.000 unità, con un decremento dell'1,8%, quello dei disoccupati con almeno 50 anni è invece aumentato di 60.000 unità, con una crescita del 13,7%".

MIGLIORA OCCUPAZIONE DELLE DONNE

"Le donne migliorano la loro condizione occupazionale nel corso degli ultimi mesi", rileva il rapporto Censis. "Tra il primo semestre 2016 e il primo semestre 2017 il successo nella ricerca di un lavoro ha premiato 133.000 donne, con un incremento dell'1,4% delle donne occupate a fine periodo. Il tasso di occupazione sale di quasi un punto, due decimali in più rispetto all'aumento del tasso di occupazione maschile".

Mentre "a fronte di una maggiore partecipazione (il tasso di attività femminile aumenta dello 0,9% tra i due semestri) si estende, seppure di un solo decimo di punto, il numero delle donne in cerca di un impiego, portando il tasso di disoccupazione a crescere di 4 decimi di punto". Se "nel 1977 il divario tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile era pari a 41,4 punti percentuali", nel primo semestre di quest'anno "ci consegna un'immagine ancora non positiva, poiché i punti del divario si sono ridotti notevolmente, ma la distanza da colmare è ancora di ben 18 punti".

Il profilo dell'occupazione femminile "indica una maggiore propensione a puntare sull'area del lavoro indipendente. Tra il 2015 e il 2016 le donne alla guida di un'impresa sono cresciute del 6,9% e la libera professione ha visto allargarsi la platea femminile del 7,6%. Nello stesso periodo aumenta del 3,6% il numero di donne dirigenti, mentre quello relativo agli uomini mostra il segno negativo (-0,3%), così come risulta in diminuzione dello 0,6% il dato riferito agli uomini nei livelli direttivi e quadri, mentre le donne crescono del 2,1%".

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