Domenica, 19 Novembre 2017
RITORNO PLAYOFF

L'Italia all'ultimo respiro, contro la Svezia a Milano per un miracolo mondiale

MILANO. Miracolo a Milano è un film fantastico di Vittorio De Sica, e al tempo stesso un classico del calcio italiano. Da sempre, infatti, per le sfide impossibili il mondo del pallone azzurro si affida a San Siro, lo stadio dove la nazionale non perde mai. E come nel capolavoro di De Sica, il tema forte della narrazione della vigilia di una sfida con la Svezia che ha significati sportivamente epocali, al di là degli interessi economici in ballo pure altissimi, oggi è stato il cuore.

Declinato dal commissario tecnico Ventura come elemento fondamentale (unitamente a tattica e determinazione) per rilanciare le speranze italiane di andare al mondiale, assai ridotte dopo la sconfortante gara di andata dello spareggio con gli scandinavi. Cuore inteso come capacità di sacrificio degli azzurri in una partita da giocare all’ultimo respiro: ma anche come anelito di una squadra, un gruppo, una tifoseria, addirittura una città e una Nazione. Al di là della retorica dei sentimenti ("A proposito - osserva Ventura in una sorta di mozione degli affetti - a me sembra che in queste ore ci sia stato troppo accanimento contro di me") però c'è la realtà dei numeri. E questi dicono che stavolta a San Siro non basterà non perdere: occorrerà vincere e anche con due gol di scarto. Un risultato che l’Italia di Ventura in gare ufficiali ha colto solo due volte, 3-1 a Israele e 2-0 all’Albania, al di là delle goleade con l’inconsistente Liechtenstein. Eppure il commissario tecnico, nella sua inevitabile solitudine, ci crede ancora nel successo della sua squadra e si sente a un passo dalla rivincita più che dal baratro.

«Certo - spiega - se non passiamo ci saranno disquisizioni negative. Ma se invece il risultato sarà quello che tutti vogliamo, le valutazioni saranno altre». Sembra quasi minacciare una scelta clamorosa in contropiede, lui che è invece destinato - come da italica tradizione - a esonero nel caso di sconfitta. Comunque, come tutti i tecnici della sua generazione fa pretattica, prima con i giornalisti e poi nell’allenamento. Alla stampa dice in faccia «Nella formazione ci saranno dei cambi, ma certo non li annuncio a voi». Sul campo mischia le carte, in un tourbillon di schemi e giocatori, tra intelligence e controspionaggio con gli svedesi. «

Ma sono nel calcio da troppi anni - racconta - per pensare che si vince con questo e con le lamentele sull'arbitraggio di Stoccolma. Dico solo che domani noi giocheremo a calcio, vediamo cosa faranno gli avversari. Non vediamo l’ora di andare in campo e ribaltare una situazione ingiusta e riprenderci quello che pensiamo di meritare». Per rendere le botte prese? «Ma no - replica - mi riferisco a una sconfitta senza subire un tiro in porta. C'è rammarico per non avere fatto gol nelle situazioni favorevoli, ma l’Italia non fa bagarre, deve fare calcio. Solo con il gioco può ottenere risultati. Dopo aver visto l’andata siamo ancora più consapevoli di farcela». Ecco, la consapevolezza: «Non ci crederete, deriva dalla coscienza che dovevamo fare di più a Stoccolma. Perché lo possiamo fare».

Sembra filosofia applicata al pallone, ma Ventura torna repentinamente il tecnico di tanti duelli rusticani sui campi di ogni categoria (soprattutto quelle inferiori, frequentate a lungo negli oltre 30 anni di panchina) perché rivendica in maniera plateale e quasi a muso duro: "Sinceramente, una cosa non mi va giù: lo scenario attuale era chiaro dall’inizio, non capisco perché ora ci si sorprenda... Dall’inizio sapevamo che nel girone con la Spagna il play off era lo scenario più verosimile: ora ci siamo, se perderemo si faranno certe considerazioni, se vinceremo se ne faranno altre».

Gli parlano della necessità di un’Italia garibaldina, ironizza: "Dall’Apocalisse a Garibaldi, la buttiamo sulla storia... Conta fare la partita con le capacità e le conoscenze che abbiamo, se le mettiamo in atto bastano. Tutto sommato il nostro percorso è stato buono, solo che, perso in Spagna si è scatenato l’inferno. Non ci ha agevolato molto». Senta Ventura, gli chiedono in chiusura, e qui sembra cedere al cuore anche chi fa la domanda, chi glielo ha fatto fare? «L'ho pensato in molti momenti - sembra quasi cedere all’emozione, il ct - in realtà sono orgoglioso di allenare la Nazionale perché la maglia azzurra, da quando ho dato i primi calci al pallone, era il mio sogno. Posso disquisire su molte cose dette a sproposito, ma queste non intaccano il piacere di fare questo lavoro, la voglia feroce, l'orgoglio di rappresentare l’Italia. E la gioia che avremo domani sera dopo aver passato il turno». Se ci sarà stato l'ennesimo miracolo a Milano.

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