Mercoledì, 22 Novembre 2017
USA

Massacro di bambini in Texas, dietro la strage i litigi del killer con la suocera

WASHINGTON. Ha soltanto 18 mesi la più giovane delle 26 vittime - tra cui fino a 14 sono bambini - nel massacro della chiesa battista a Sutherland Springs, piccolissima comunità del Texas sprofondata nel dolore dopo che un 26enne ex militare, Devin Kelley, ha aperto il fuoco durante la messa della domenica. Un gesto assurdo e incomprensibile alla base del quale pare vi fossero diverbi familiari: il killer aveva litigato con la suocera, era arrabbiato, le aveva inviato un sms minaccioso la mattina stessa della strage.

La donna non era in chiesa ma tra i morti, è emerso in serata, c'è la madre della suocera, Lula Woicinski White, di 71 anni. Kelley era un uomo pieno di rabbia, che prima di morire ha chiamato il padre, per l'ultima volta. Probabilmente prima di togliersi la vita - ritiene la polizia - nella consapevolezza aberrante di ciò che aveva appena fatto. Al padre ha detto che era stato colpito e che non credeva sarebbe sopravvissuto. Due uomini avevano infatti tentato di fermare la furia omicida di Devin fin dalla chiesetta che aveva preso d'assalto. Uno di loro è il 27enne Johnnie Langendorff, che si trovava nel paesino per incontrare la fidanzata quando si è imbattuto nel primo uomo che aveva aperto il fuoco contro Kelley, un passante che aveva impugnato la sua di pistola per fermarlo, e insieme lo hanno inseguito a bordo di un furgoncino.

Il massacro però era già compiuto ed è una strage di bambini quella che resterà impressa per sempre nella memoria della piccola comunità di 400 anime, stretta attorno a quella chiesetta bianca ormai macchiata di sangue. Fino a 14 le piccole vittime, mentre la persona più anziana che ha perso la vita di anni ne aveva 77. C'è poi una famiglia completamente distrutta: otto dei suoi componenti sono rimasti uccisi.

Gli inquirenti non hanno considerato l'ipotesi terrorismo, né ritengono che il motivo sia razziale o religioso. Del killer un compagno di scuola dice che fosse "ateo" e "prendeva in giro chi credeva in Dio". Erano compagni di classe al liceo New Braunfels, la cittadina texana di cui Kelley era originario. "E' stato il primo ateo che ho incontrato. Aveva un figlio o due, una vita abbastanza normale, anche se ultimamente sembrava depresso", racconta l'ex compagno Patrick Boyce. Eppure il quadro che si traccia in queste ore appare più complicato di così: Kelley aveva servito nell'Air Force americana, ma nel 2012 era stato deferito alla corte marziale e congedato due anni dopo per cattiva condotta. L'accusa era di maltrattamenti verso la moglie e il figlio. Episodio che potrebbe essere all'origine del rifiuto di riconoscergli il porto d'armi.

Dal 2010 al momento del congedo aveva prestato servizio in una base in New Mexico. Aveva vissuto anche in Colorado, in una casa mobile a Colorado Springs nell'estate del 2014, quando fu accusato di crudeltà contro animali e sanzionato. Manca però adesso l'ultimo tassello, l'episodio scatenante, che può aver portato questo 26enne texano ad armarsi fino ai denti - pur senza l'apposita licenza sembrerebbe - a vestirsi di nero, con un giubbotto antiproiettile e una maschera, ad imbracciare un fucile d'assalto e a riempire la sua auto di munizioni, per poi compiere l'inimmaginabile missione di morte. Per il presidente Donald Trump "è il gesto di uno squilibrato" e la diffusione delle armi non c'entra. Ma insorge una consistente fetta del Paese che denuncia ancora una volta la necessità di maggiori controlli su pistole e fucili. In testa l'ex presidente Barack Obama, che rievoca via Twitter quella che è stata una delle sue battaglie. Incompiuta.

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