Giovedì, 20 Settembre 2018
L'ANALISI

La distinzione tra mafia e crimine organizzato

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«La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine». Tutti conosciamo l’autore di questa frase. Vediamo però se è fondato chiedersi se questa di Giovanni Falcone è un’analisi sbagliata o se stiamo vivendo, invece, una pericolosa impostura. Il tema è arduo, da affrontare con mente e cuore freddi.

E suggerisce esercizio di equilibrio tra ragione e pregiudizio. La ragione come mondo delle idee disposto a mutare; il pregiudizio come concetto senza un divenire, senza una storia futura. «La mafia è un fatto umano» dunque e il “fatto” è ciò che viene fabbricato, costruito, prodotto, eseguito. Quindi la mafia è un frutto dell’uomo e come tale ha una possibile fine.

Invece, alla violenza, alla criminalità organizzata, alla corruzione, all’arroganza del potere e alla sua disponibilità a colludere non possiamo dare una data di inizio. Infatti sono conosciute sin dall’alba dei tempi. Sono una caratteristica congenita dell’umanità. Ma Falcone parla di mafia come di un fatto umano e non di una caratteristica congenita.

Se è un fatto avrà una fine, ma così non sono l’arroganza del potere magari violenta, l’azione criminale associata, o la consorteria in linea piramidale, o la corruzione sistemica poiché sempre esistite. Se invece la mafia è una caratteristica congenita allora è eterna, da sempre e per sempre e Falcone si è sbagliato. E se è così, allora è vero, come sospetta Roberto Scarpinato, citando in un suo libro - per via di don Rodrigo, dei Bravi e dell’Innominato - I Promessi Sposi, che il metodo mafioso sia nato prima della mafia, «un metodo con il quale milioni di italiani hanno convissuto per secoli da vittime o da carnefici».

Concetto quest’ultimo che, retrocedendo nel tempo alla facile ricerca di prevaricazioni, corruzioni di uomini con colletti bianchi o goliere metalliche, estorsioni violente ed omicidi, si fermerebbe nei pressi di Caino. Però se Scarpinato sposta così lontano nel tempo e nel luogo il metodo mafioso è perché ne è convinto. A riprova ipotetica dell’errore di Falcone.

Certo, è doveroso riconoscere anche a Giancarlo Caselli onestà intellettuale, conclamata nella intervista del sedici novembre 1997 a Giorgio Bocca, quando afferma: «Non sono quel mafiologo eccelso che la gente crede, devo farmi informare da voi che state fuori, questore, poliziotti, carabinieri, giornalisti, sindaco, preti. Ma quando il fatto arriva sulla mia scrivania devo accertarlo». Insomma, la mafia è materia liquida, sfuggente, difficile da definire. In fondo, così, l’errore di Falcone appare giustificabile. La novità. Continuando a cercare, ci imbattiamo in Leonardo Sciascia che, come ci ha abituati, accende una luce.

Nella sua Storia della mafia scrive: «La parola mafia è stata applicata alla cosa, o la cosa ha preso quel nome, in forza di una distinzione qualitativa… questa distinzione già vien fuori nel 1838 da una relazione di don Pietro Ulloa, allora procuratore generale a Trapani. E cosa scrive Ulloa nel 1838? Parla di “oscure fratellanze”, “sette segrete che diconsi partiti”, un popolo che le fiancheggia, magistrati che le proteggono».

Qui troviamo, per la prima volta, una interessante novità: la distinzione qualitativa rappresentata da un popolo che fiancheggia i criminali. Ricordiamocene. E facciamolo proprio seguendo Sciascia sulla “linea della palma”, cioè sulla lenta scalata della mentalità mafiosa che risale l’Italia. È la riprova che la “cosa”, cioè la criminalità con le sue molteplici facce, ha trovato vecchi protagonisti in nuovi territori, ha preso quel nome ed è chiamata mafia. È priva, però, di quella tolleranza sociale che la connoterebbe come “fatto umano” quindi contingente, non congenito alla specie e cioè eterno. Su questo giornale, in un’intervista del 1966, Donato Pafundi, magistrato e presidente della prima Commissione antimafia definì la mafia come «uno stato mentale che pervade tutto e tutti, a tutti i livelli».

E quest’affermazione somiglia tanto al “popolo che fiancheggia”. Sulla stessa linea lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino: «a mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari» scrive. Attribuisce, cioè, la possibilità di debellare la mafia anche intervenendo sulla formazione della società, a partire dai bambini. Anche Bufalino quindi, come Sciascia per bocca di Ulloa e come Pafundi, chiama mafia ciò che, criminalmente, trovava nella mentalità siciliana la legittimazione del suo comportamento.

Ma allora? Così sembra che Falcone abbia avuto ragione… Sembra che, tranciato il fiancheggiamento popolare, interrotta la pervasione dello stato mentale diffuso, sembra che la criminalità organizzata, la corruzione, la collusione con il potere con qualsivoglia tipo di colletto, non sia più un “fatto” definibile come mafia, ma una “caratteristica” umana originaria e inestirpabile.

Da combattere, ma come ogni vizio capitale, impossibile da azzerare. È di poche settimane addietro la nomina del generale di brigata dei Carabinieri Giuseppe Governale, palermitano, a capo della Direzione investigativa antimafia, che ha definito la mafia, per via della sua capacità di penetrazione della società, un “demone dal volto d’angelo”.

“Angelo” che si aggira nelle sopravvissute sacche mafiose, alimentate da circostanze territoriali. “Angelo” per coloro che “sentono” ancora la dominanza di Matteo Messina Denaro, o che “sentono” l’orribile mito di Totò Riina o per alcuni giovani nelle periferie degradate, dove pane e legalità sono difficilmente compatibili.

I siciliani non fiancheggiano più la odierna criminalità organizzata, e tanto meno la vivono come stato mentale diffuso. Né la mafia va confusa con la “guapparia”, che tanto le somiglia negli atteggiamenti tramandatici dai film e dalle fiction e che erroneamente ci appaiono come veri archetipi mafiosi.

La mafia inizia a finire con l’avvento di Totò Riina, la cui guerra vincente istituì una dittatura criminale che nulla aveva a che fare con l’ “onorata società” di cui Tommaso Buscetta testimonia in aula l’auto-seppellimento.

P.s.: nel processo detto Mafia Capitale, dove delinquenti e colletti bianchi sono stati condannati a pene pesantissime, i giudici hanno escluso l’aggravante mafiosa. Vuoi vedere che Falcone aveva ragione?

aldosarullo@tiscali.it

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