Martedì, 27 Giugno 2017

Alberto Burri, l’artista che superò i confini della materia tra pittura e scultura

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PERUGIA. Patrimonio umbro.

Ma non solo.

Nel campo dell’arte, Alberto Burri, ex ufficiale medico durante la seconda guerra mondiale, oggi è universalmente riconosciuto come l’artista che ha inaugurato la nuova poetica del dipinto-oggetto e annullato la linea di confine (prima esistente) tra quadro e rilievo plastico, ispiratore delle ricerche sul ready made (che hanno caratterizzato gli artisti americani dagli anni ’60 in poi).

A Città di Castello, in provincia di Perugia, agli ex Seccatoi del tabacco, fino al 6 gennaio, c’è Burri, lo spazio di materia/Tra Europa e Usa, terza tappa espositiva a lui dedicata, dopo quelle dello scorso ottobre a New York e poi a Dusseldorf, per celebrare il centenario della nascita.

La mostra nella cittadina umbra (dove Burri è nato nel 1915) propone venti suoi lavori dai Catrami (miscele di olio, catrame, sabbia e vinavil) alle Muffe, dai Sacchi (tele di juta logore, strappate e ricucite) ai Ferri (assemblaggio di lamine di ferro diversamente lavorate) fino ai Cretti e ai Cellotex, materiale di derivazione industriale che l’artista utilizza con nuove valenze estetiche.

Accanto a Burri, in mostra, anche opere di maestri dell’arte del XX e XXI secolo (tra cui Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, Alexander Calder, Sebastian Matta, Mimmo Rotella, Christo, Giuseppe Capogrossi e Toti Scialoja) oltre ad un repertorio fotografico e documentario sulle correnti artistiche tra il 1947 e l’89 che meglio fanno comprendere il momento storico-culturale dell’arte, dal secondo dopoguerra fino alla fine della Guerra Fredda.

Anello di transizione, tra collage e assemblaggio, Burri di rado usava il pennello preferendo lavorare di cuciture, combustioni e lacerazioni tanto da essere considerato l’apripista del post- minimalismo con quel rivoluzionario uso della materia, anzi, degli elementi materici, che sembrano uscire letteralmente dall’opera con un senso prospettico assolutamente unico.

I siciliani hanno conosciuto da vicino la valenza dell’artista grazie al maestoso «Cretto» di Gibellina (realizzato tra il 1985 e il 1989), lavoro in stile land art, realizzato per ricordare e commemorare le vittime del terremoto del 1968: qui, l’idea di arte di Alberto Burri come processo in atto trova una delle sua forme più chiare ed eloquenti.

Sebbene la pittura sia stata passione costante per Burri, in un primo momento egli vi si dedica come a uno svago e, dopo la laurea in medicina nel 1940, si arruola nell’Esercito come ufficiale medico. Fatto prigioniero nel 1943 a Tunisi dalle truppe inglesi, viene mandato a Hereford, un campo di prigionia militare nel Texas, dove ricomincia a dipingere utilizzando i materiali che recupera in quel criminal camp.

Nel 1946 torna in Italia e, nel 1949, realizza il suo primo Sacco fatto proprio con un sacco di juta che aveva conservato e portato dal campo di prigionia americano: un materiale che, al di là della sua funzione pratica, ha un forte valore simbolico.

La complessa sperimentazione di Burri, quindi, quella sua non-pittura elevata a magnifica forma d’arte ibrida, diventa passaggio fondamentale per tutti gli artisti che hanno cercato una nuova strada e un nuovo senso alla crisi della pittura con pennello e cavalletto.

Ed è proprio questa inarrestabile ricerca di nuovi significati e di nuove funzioni dell’arte che smette di essere rappresentazione del reale che hanno reso Alberto Burri un «faro», come l’ha definito Jannis Kounellis, scultore greco, esponente dell’espressionismo astratto.

La mostra chiude dodici mesi di festeggiamenti, iniziati nel 2015, tutti dedicati al centenario della nascita dell’artista umbro, un anno fitto di eventi e iniziative fortemente volute da Bruno Corà, Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini - Collezione Burri, che ha portato i Cretti dell’artista dal Guggenheim di New York al Kunstammlung di Dusseldorf.

«Più che violare la materia - dice Corà - Burri la elaborò trasformandola tutta in pittura. Il modo in cui lo fece, i mezzi che adoperò, erano inediti e perciò destinati a far scalpore: i sacchi cuciti, le plastiche bruciate con il gas, i cretti realizzati con il caolino, il vinavil…».

© Riproduzione riservata

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