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Assemblea Pd, Renzi: "Abbiamo straperso. Legge elettorale? Il Mattarellum"

Paolo Gentiloni con Matteo Renzi

ROMA. Dopo aver «straperso» il referendum «in casa», tra i trenta-quarantenni, tra gli elettori del Sud e nelle periferie, Matteo Renzi lancia il «nuovo corso». Con animo «zen» riparte dal Partito democratico e si prepara al voto con una «straordinaria campagna di idee» e un lavoro da «talent scout» alla ricerca di giovani.

E abbandona l'idea di aprire subito il congresso per la «resa dei conti» interna al partito: si farà nei termini, annuncia, cioè a dicembre 2017. Da subito, invece, parte il lavoro per cambiare la legge elettorale: «Il Pd propone il Mattarellum», è la sfida che lancia alle opposizioni.

È «spietato» nell'analisi del voto, Renzi, nella prima assemblea dopo le dimissioni da premier: dice di aver fatto bene le slide ma non aver saputo ascoltare abbastanza il «dolore», aggiunge che il No dei giovani «fa male», e il No del Sud nasce da un «approccio» troppo centrato sul «notabilato».

Il leader Pd rivendica di aver fatto «ripartire il Paese» nei mille giorni di governo, su cui annuncia un libro. E a Massimo D'Alema secondo il quale delle riforme renziane non resterà «neanche la puzza», replica a muso duro: «Riforme come le unioni civili non puzzano, segnano la grandezza del Pd». Non parla invece dell'agenda del governo Gentiloni e non risponde alla minoranza che gli chiede di cambiare il Jobs act: quella riforma la difende, spiegano i suoi, ma non è questo il giorno di far emergere spaccature.

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Al suo fianco sul palco Renzi ha il nuovo premier Paolo Gentiloni. I due cantano insieme l'inno di Mameli e poi si abbracciano: la platea applaude. «Non faremo mancare il nostro sostegno al governo», afferma il segretario. E Gentiloni in un tweet elogia il predecessore: «Bel discorso per un Pd forte che riparte dall'Italia. Con ambizione e responsabilità».

Il segretario non mette una data di scadenza all'esecutivo: «Stiamo andando al voto, non sappiamo quando e non importa, perchè non lo temiamo, mentre altri che dicono di volerlo ne hanno una paura matta». Ma Graziano Delrio, da ministro, spiega che l'idea è fare la legge elettorale e andare al voto «prima possibile». Quale legge elettorale? Quella che porta il nome del presidente della Repubblica: il Mattarellum, propone Renzi, «l'ultima occasione» di avere un sistema maggioritario e non «scivolare verso il proporzionale». Con il rischio di «tornare alla prima Repubblica», scandisce, dopo aver scelto di inserire nella colonna sonora «Prima Repubblica» di Checco Zalone.

In vista del voto, annuncia Renzi, lui rilancerà il partito: «Ho pensato di mollare, ma riparto dal 'noi'. Ho ascoltato gli altri e deciso di non forzare sul congresso». Avanti dunque, senza anatemi o espulsioni della minoranza che ha votato No («Che abbiano festeggiato le mie dimissioni è una ferita al Pd»). Ma rivendicando che il 41% di chi ha votato Sì è un dato politico: «È il partito più forte che c'è in Italia e l'unica speranza». Per parlare a quei 13 milioni di persone e allargare il campo, annuncia Renzi, ritroverà centralità la segreteria del Pd, che tornerà a riunirsi mercoledì. Il 21 gennaio e il 4 febbraio ci saranno poi due incontri programmatici.

Gli avversari sono il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi: «Se sarà riabilitato sarà un piacere sfidarlo». E il M5s che sa solo «urlare no»: «Smettete di dire bufale sul Web e noi non diremo la verità su di voi, e cioè che siete un'azienda privata che firma contratti con gli amministratori», dice Renzi mostrando il contratto firmato dalla Raggi. «Tu hai un partito che è una banca», ribatte Beppe Grillo, «smettila di dire bugie arroganti e fatti da parte come promesso, noi vogliamo il voto».

Quanto al Pd, il clima è da «tregua armata»: l'assemblea vota la relazione del segretario (481 sì, 2 no, 10 astenuti). La minoranza non vota come segnale di apertura (i bersaniani sono grandi sostenitori del Mattarellum) ma è sul piede di guerra: Enrico Rossi e Gianni Cuperlo chiedono il congresso perchè al Pd «serve una guida diversa». La maggioranza Dem si compatta e fa un mea culpa collettivo. Si smarca solo Andrea Orlando, con i suoi dubbi sul Mattarellum: no a un «maggioritario muscolare». Mentre il sanguigno Roberto Giachetti infiamma la sala: «Roberto Speranza ha la faccia come il culo», attacca, «che ci fa la minoranza ancora nel partito?». «Usa toni da squadrista da operetta, chieda scusa», replicano i bersaniani.

 

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