Martedì, 27 Giugno 2017

Ettore De Conciliis, il maestro che fonde spiritualità ed impegno civile

di

ROMA. Poeta della pace, e dell'armonia.

E della conciliazione, nomen omen, si potrebbe dire a proposito di Ettore de Conciliis.

Un laico che sa muoversi in contesti religiosi, e che con le sue opere mette insieme impegno civile e paesaggio, natura. Lavora con i gialli del sole, il verde degli alberi, l' azzurro dei fiumi e del cielo, il rosso dei papaveri, il bianco delle case ma nel 1965, realizzò il Murale della pace nella Chiesa di San Francesco ad Avellino, sua città natale: alle spalle dell' altare di una chiesa cattolica fu posto un affresco in cui, attorno alla figura di san Francesco, compaiono da un lato immagini di guerra e di distruzione, dall' altro di pace e di giustizia sociale. Accanto a Papa Giovanni XXIII e ai vescovi avellinesi, sono rappresentati John Kennedy, Mao Tse Tung, Cesare Pavese, Guido Dorso, Pier Paolo Pasolini e Fidel Castro: immaginate le polemiche. «La mia attività si svolge attraverso opere di carattere pubblico, nelle piazze, nelle chiese, coi lavori di land art, alle quali si affianca la ricerca della natura nella pittura, più onirica e intimistica, perché interessa non solo la natura dei paesaggi ma anche la natura umana, più complessa e introspettiva», sottolinea il maestro. A Roma, è in corso una sua mostra dal titolo molto evocativo Sub specie aeternitatis (fino al 10 gennaio), curata dallo storico dell' arte e già primo soprintendente del Polo Museale di Roma, Claudio Strinati. Il luogo che la ospita, la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami ai Fori romani, costruita sopra il Carcere mamertino, prigione dei santi Pietro e Paolo, ha un soffitto ligneo che riporta la scena della Natività, mentre la facciata è un vero e proprio manufatto artigianale ispirato a principi geometrico -matematici. Qui De Conciliis ha realizzato un altare in legno «quale espressione vitale della sua arte e come suo peculiare apporto alla ritualità celebrativa di una comunità cristiana», ha scritto il rettore di San Giuseppe, don Renzo Giuliano, religioso alla continua ricerca di Dio nell' arte.
«L' altare apre pittoricamente lo sguardo su una natura cosmica, tra il primis simo albeggiare e l' ultimo leggero crepuscolo. L' arte contemporanea raggiunge la piena significazione nel più delicato, centrale e prezioso oggetto di celebrazione liturgica, quale è l' altare».

Prosegue così il dialogo concreto, simbolico, libero, creativo ed evangelizzante tra la chiesa e l' arte: «San Giuseppe continua oggi, nella sua bottega, a insegnare a lavorare artisticamente con tecnica e fede. E De Conciliis è stato un degno discepolo di questa bottega del falegname e artista di Nazareth, producendo un' opera che entra nel cuore del mistero», conclude don Giuliano. In un ambiente così armonioso e ricco di memorie sono esposti venticinque dipinti di paesaggio di Ettore de Conciliis, quasi tutti oli su tela di grandi dimensioni, ma non mancano fascinosi pastelli su carta di formato più contenuto: sono quadri realizzati negli ultimi anni, fra il '12 e il '16 e alcuni di anni precedenti, dal 1983 al 2013, un viaggio tra le rovine di Ostia, il Foro Romano, la Valle del Tevere, la Campagna Romana, il Tempio di Ercole, il Lago di Fondi.

E il Monte Pellegrino a Palermo. E poi marine, campagne e greggi, boschi, sentieri, ingressi a vecchie ville, splendidi notturni, un fiume nelle diverse ore del giorno, trasparenze e riflessi sull' acqua, tracce d' argento, ombre della sera. Luoghi incantati o immagini che stanno per scomparire e che l' artista, con perizia, ricostruisce sulla tela.

«De Conciliis è un artista a tutto tondo», spiega Strinati. «Non solo un pittore. Ha incarnato la figura dell' artista impegnato, orientato politicamente e sostenitore dei grandi valori morali e civili risorti sin dal dopoguerra, con particolare attenzione verso l' elemento religioso, tipico del nostro Paese. La sua evoluzione verso l' arte pura, che non ha un diretto significato politico o religioso, ma che vive in se stessa, per la bellezza delle sue stesse immagini, per l' armonia, la raffinatezza e la delicatezza della forma e del colore. È l' esempio di un artista che sa muoversi su un doppio registro, quello della modernità più avanzata e quello della classicità più vissuta. Oggi, nel pieno della sua maturità ritorna all' arte sacra, all' arte scultorea, perché è un universale anche a livello tecnico, capace di dominare tutte le tecniche artistiche, dalla pittura alla scultura». Ma oltre ai colori dei suoi paesaggi, in cui l' acqua dei fiumi è l' elemento preponderante, De Conciliis ha espresso la sua arte anche attraverso la scultura monumentale, la forza dei murales. E qui entra in ballo la Sicilia: infatti alla fine dei '60 l' artista realizzò l' affresco che ancora oggi decora l' auditorium del Centro Studi «Borgo di Dio», dal titolo Sistema clientelare mafioso e non -violenza, testimonianza degli orrori del potere mafioso e delle condizioni di vita quotidiana. La rosa che sommerge il fondo dell' affresco, fiore forte e ostinato ma bisognoso di cure, è un inno alla speranza, un appiglio di ottimismo verso la risoluzione dei mali. De Conciliis, come ogni vero artista, coglie prima di altri i malesseri della realtà che lo circonda, e da queste scintille nascono le opere di taglio civile, veri interventi sul territorio, i lavori di land art, il Parco della Pace a Roma, dedicato alle tre religioni monoteiste o, ancora in Sicilia, il Memoriale di Portella della Ginestra, del '79, una sorta di Stonehenge, uno dei maggiori esempi italiani di «arte memoriale», con quei massi, i sassi e i «percorsi» che ricordano il massacro dei contadini siciliani che, in quel punto, furono mitragliati dalla mafia. I massi furono sistemati da de Conciliis a «ferire la terra», così come il massacro degli inermi braccianti che festeggiavano il Primo maggio, aveva ferito ogni senso di giustizia, in un periodo, quello dell' immediato dopoguerra, in cui i poveri e i reietti venivano continuamente umiliati e uccisi, se appena tentavano la strada del riscatto. «Quello di Trappeto, nel centro fondato da Danilo Dolci, è un murale di 200 mq - spiega il maestro, che il 19 dicembre sarà a Piana degli Albanesi a celebrare il sindacalista Nicola Barbato - contro la mafia, un modo per unirmi a chi lottava, portando avanti uno scio pero alla rovescia. È stato come tradurre l' opera di Dolci in termini di pittura murale».

Lancia un allarme: «Purtroppo oggi, dopo la morte di Dolci, quel luogo è abbandonato, preda delle infiltrazioni d' acqua che stanno distruggendo la pittura». Magari qualcuno intervenga.

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