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Gauguin e gli altri, quegli sguardi che aprirono la porta all’avanguardia

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Paul Gauguin, «1889», acquerello su carta
Paul Gauguin, «1889», acquerello su carta

ROVIGO. Chi dice Gauguin pensa a spiagge assolate, donne sontuose, piante esotiche.

Che mal si coniugano con la cosiddetta avanguardia.

Eppure tutto partì nel lontano 1888 a Pont Aven, sulla costa della Bretagna, dove Paul Gauguin si unì ad un sodalizio di artisti che amava mare, natura, piante, un mondo che per loro era sinonimo di realtà primigenia, eleganza, riflessione.

I Nabis, i profeti, come amavano chiamarsi, erano giovani e pieni di vita, si chiamavano Charles Cottet, Robert Brough, Paul Sérusier, Emile Bernard, Paul Elie Ranson, Maurice Denis; gli svizzeri Cuno Amiet e Felix Vallotton, collegati agli italiani Gino Rossi, Felice Casorati, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di San Pietro, Mario Cavaglieri.

Avanguardia perché voltavano le spalle alla storia: li racconta una mostra in corso a Palazzo Roverella, a Rovigo, fino al 14 gennaio.

I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia - costruita da Giandomenico Romanelli, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – vola alto, da mare a mare, dalla Bretagna alla laguna di Venezia.

Un centinaio di opere, molte conosciute (Le lavandaie ad Arles di Gauguin o La camicia bianca o Donna che si pettina di Oscar Ghiglia).

Lo spettatore che visita la mostra, vede però altro: si inebria di sfumature, si tuffa in un universo di figure sbozzate, intrise di colore come panni imbevuti.

Sono storie di artisti in fuga, da città, da legami, da se stessi, in molti casi: che trovano rifugio accanto all’acqua salmastra o limacciosa, a seconda dei luoghi, ma pur sempre acqua. In riva al mare, quello potente della Manica; o in riva alla laguna veneziana. Sempre acqua, pioggia purificatrice, lavacro simbolico dalle brutture del mondo. I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia comincia scoprendo un Paul Gauguin abbastanza inedito: il sodalizio con Van Gogh è appena finito, l’olandese ha scelto il sud della Francia, Gauguin la Bretagna.

Tutti e due sono però alla ricerca di un Eden primitivo, naturale e incontaminato: Van Gogh accetterà il concorso umano delle piccole cose di dubbio gusto; Gauguin si unirà alla comunità internazionale di giovani artisti – già comunque attiva sulla costa bretone - che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni riflessioni.

Un cenacolo a tutti gli effetti, che passava velocemente oltre, alla ricerca di semplicità creativa, lontana dallo strutturalismo: «Nabis» che privilegiavano un linguaggio antinaturalistico, vagamente collegato al Primitivismo e all’Esotismo assai in voga nell'Europa di fine ’800.

I Nabis crearono comunque un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente.

Saranno loro a gettare le basi per i Fauves e via via, per l’Art Nouveau, l'Espressionismo e l’astrazione. Avanguardia, dunque, a tutti gli effetti, rimodulazione di un sentire artistico non strettamente legato a canoni estetici ma a una riflessione comune sulla vita e sulla natura.

Tra tutti gli artisti, spicca di certo Gino Rossi che si collegò a Gauguin proprio per questa ricerca di astrazione: il primo si ritrovò in un manicomio di provincia, Gauguin nei paradisi tahitiani (in mostra Donne di Tahiti del 1891).

Entrambi alla ricerca di eleganza, purezza, ingenuità. L'ultima parte della mostra apre uno squarcio sugli eredi di questo universo artistico. Ed ecco così che da Marius Borgeaud o Charles Filiger, si arriva a Paul Elie Ranson, Maurice Denis e agli svizzeri Cuno Amiet e Felix Vallotton; e si corre verso gli italiani, già citati, Casorati, Ghiglia e Mario Cavaglieri, che chiudono e completano la rassegna.

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