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SISMA

Funerali ad Amatrice, il vescovo:
no agli scontri politici su ricostruzione

AMATRICE. Ci vogliono otto minuti di silenzio e pioggia, per leggere tutti i nomi dei morti di Amatrice: Sabrina e Caterina, madre e figlia; Anna e Franco, fratelli; papà Federico, mamma Beatrice, il piccolo Ivan e Vera Lu, che aveva cominciato a sorridere soltanto il 16 marzo, cinque mesi e otto giorni prima dell'orrore.

C'è tutto il paese sotto il tendone allestito nel cortile del collegio Don Minozzi, crollato assieme alle case di questo borgo immerso tra i boschi e le montagne della Laga, che non è Abruzzo né Lazio né Marche ma semplicemente Italia. Perché l'ennesimo funerale collettivo come fu L'Aquila e prima ancora l'Irpinia e il Friuli - e poco importa se dei 231 corpi recuperati nel paese soltanto 28 sono allineati sotto l'altare, perché in molti hanno scelto di prendersi solo per loro l'ultimo saluto - è il segno più tangibile di quanto questo Paese non abbia ancora imparato dai propri errori.

Ed è Italia perché attorno alla gente di Amatrice, a cingere come in un grande abbraccio simbolico la chiesa improvvisata, ci sono tutti i corpi dello Stato con le divise sporche di chi da giorni calpesta polvere e macerie e i volontari, centinaia di volontari arrivati da tutte le regioni a portare un sorriso e un conforto senza nulla chiedere in cambio. E ci sono le grisaglie blu e il via vai degli elicotteri della politica, il capo dello Stato Sergio Mattarella e il premier Matteo Renzi, i presidenti di Senato e Camera Grasso e Boldrini, i cinquestelle e i sindaci, tra cui quello dell'Aquila Massimo Cialente: se tutta questa partecipazione, questo impegno, fosse messo non solo nel giorno del dolore ma anche nella ricostruzione, se arrivasse prima e non dopo, per contribuire a diffondere una vera cultura di prevenzione, Amatrice risorgerebbe in pochi anni e l'Italia - dicono in molti - sarebbe un posto migliore e più sicuro.

Dietro l'altare un Cristo con le braccia aperte davanti alle macerie del collegio costruito negli anni in cui l'Italia sognava l'Impero, con il tetto in cemento armato che ha sbriciolato il resto della struttura, è un monito per tutti. Il vescovo di Rieti Domenico Pompili lo ricorda nell'omelia, con parole nette: "Il terremoto non uccide, piuttosto sono le opere dell'uomo che uccidono". Ecco perché la ricostruzione non deve trasformarsi in una "querelle politica o in una forma di sciacallaggio di varia natura" ma qualcosa di concreto. Mattarella e Renzi lo ascoltano e poi fanno promesse ai familiari che piangono sulle bare. "Non temete - dice con le lacrime agli occhi il capo dello Stato - non vi abbandoneremo. Siamo con voi".

"I soldi per la ricostruzione ci sono - aggiunge il premier - Ricostruiremo Amatrice, pezzo per pezzo la ricostruiremo". Le 28 bare sono allineate su tre file, ma non sono numeri. "Quell'elenco di nomi - sottolinea con la voce tremante il sindaco Sergio Pirozzi - per me era il fornaio, era il tabaccaio, era la bambina che andava a scuola con i miei figli. Questa gente è morta perché amava questa terra e ora vogliamo restare qui".

Mentre lo ascolta, Matteo Renzi annuisce. "Ha ragione". Lucia invece neanche lo ascolta. Lucia non ascolta nessuno. Il suo volto è una maschera di dolore, che viene dal terremoto ma soprattutto da dentro: la mano sinistra è poggiata sulla bara di quella di sua figlia Anna, 21 anni, quella destra su quella di suo figlio Franco, 23 anni. La notte della scossa li ha estratti tutti e tre dalle macerie l'ex marito infermiere; prima lei, ferita, poi i due ragazzi, entrambi morti. Lo sguardo di Lucia è qualcosa che nessuno dovrebbe vedere, lo stesso di quella madre che, 14 anni fa a San Giuliano di Puglia, cullava le bare dei suoi due gemellini morti assieme ad altri 25 bambini nella scuola crollata. Su di lei e sugli altri disperati che piangono i propri cari, veglia la Madonna della neve, che la gente di Amatrice ha messo sopra un cumulo di macerie: ci sono le pietre della chiesa di Sant'Agostino, un pezzo di tubo, quel che resta di una finestra.

Oggi sono questi i simboli del paese, non la pasta all'Amatriciana che l'ha reso famoso in tutto il mondo. Accanto alla bara di Ilaria c'è una ragazza troppo impegnata a lucidare il legno con un fazzoletto per riuscire a piangere; su quelle di Ivan e Vera Lu, tra quelle della mamma Beatrice Micozzi e del papà Federico Ianni, la nonna ha messo due coccinelle di pelouche nere e rosse.

"Ma come si fa, come si fa ad andare avanti, perché non ci sono io li dentro" continua a ripetere la povera donna che ha davanti un compito impossibile, sopravvivere alla morte del figlio e dei nipoti. La bara di Caterina Amodio ha il numero 86, è vicino a quella di Sabrina Bomanici, 239. Sono una ragazza di 14 anni e sua madre.

Un ragazzino con la faccia da scugnizzo, infagottato in un giaccone più grande di lui, guarda la mamma e la sorella e non riesce a piangere. Poi chiede allo zio. "Cosa è il numero 86?". "E' il numero che hanno dato a Cate, e quell'altro è il numero di mamma, indicano le vittime del terremoto. Le hanno travolte i calcinacci". "E cosa sono i calcinacci?". "I palazzi che si sbriciolano e finiscono sulle persone". "Come a mamma, vero?". "Si, ti ricordi che te l'ho detto? Io ho provato a tirarla fuori". "Ma non ci sei riuscito vero?".

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