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Riforma della dirigenza, stretta sugli stipendi

ROMA. Arriva il primo sì alla riforma della dirigenza che crea un mercato unico degli incarichi, con paletti precisi per la durata di ciascun mandato e uno stretto collegamento tra target e stipendio. Chi non centra gli obiettivi rischia di perdere un'abbondante quota della retribuzione, fino al 40%. E nei casi più pesanti si rischia il posto stesso.

Nel calderone, che non fa più distinzioni tra amministrazioni e fasce, finirà anche la gran parte dei super capi: tra loro solo uno su tre potrà contare su un 'salvagente'. Per il premier Matteo Renzi si dà vita "a un nuovo modello di dirigenza", con un focus sui "premi di risultato" piuttosto che di posizione.

Il cdm ha approvato in via preliminare anche altri tre decreti targati Madia, ovvero il riordino delle Camere di commercio (da ridurre a 60 da 99), la sburocratizzazione degli enti di ricerca (assunzioni più facili) e lo scorporo del Comitato paralimpico dal Coni. La riforma della P.a, attesa anche in Ue, conta così, a un anno di vita, una dozzina di provvedimenti attuativi già fatti e altri sei, con quelli di ieri, in rampa di lancio. Gli ultimi quattro secondo Renzi sono destinati ad avere "un rilevante impatto sulla vita quotidiana", quando entreranno in vigore, entro il 27 novembre.

Il piatto forte del nuovo pacchetto è di certo quello che 'cambia la vita' per gli oltre 36 mila dirigenti pubblici e per tutti quelli che verranno. Si tratta di una riforma nella riforma e la gestazione non è stata facile: il testo doveva approdare in Cdm lo scorso 10 agosto ma poi si è preferito lavorarci per ancora due settimane. Di più non era possibile, visto che la delega scade domenica prossima. Comunque non finisce qui: il decreto dovrà passare alle Camere per i pareri.

Si parte da alcuni punti cardine: un ruolo unico che ingloberà tutti (tranne presidi e medici), accesso per corso o concorso, conferma nel ruolo dopo tre anni di prova, incarichi di durata limitata, massimo quattro anni, e rinnovabili una sola volta, per due anni così da favorire la rotazione. Per ottenere un incarico bisognerà passare per una selezione, fanno eccezione solo le posizioni di vertice, come quelle di segretario generale ministeriale. Possibile, pur di evitare l'estromissione, optare per la retrocessione a funzionario.

A vigilare su tutto saranno delle commissioni ad hoc, una per ogni livello (statale, regionale e locale), con poteri, tra cui la formulazione della rosa dei candidati alle posizioni apicali. Inoltre il decreto prevede che chi perde l'incarico a seguito di una revoca per mancato obiettivo, a riguardo le pagelle diventano più definite, ha un anno di tempo per procurarsi un nuovo mandato, dopo di che decade dal ruolo, cioè viene licenziato.

In generale, per chi resta senza incarico la vita diventa dura: si resta in standby per un anno poi, nel giro di un triennio, la paga si riduce all'osso. La retribuzione che cambia alla radice: la parte variabile, legata ai risultati (si farà attenzione anche al controllo delle assenze), non potrà scendere sotto il 30%, che diventa 40% per i dirigenti generali. Insomma qualche differenza resta anche con il ruolo unico, si potrà distinguere tra posizione generale o meno e anche creare delle sezioni a parte per 'dirigenti speciali' sul piano tecnico, con possibilità di derogare alle quote di esterni.

Altre eccezioni dovrebbero riguardare quanti oggi ricoprono la prima fascia. Almeno il 30% di loro, circa 160, magari in base all'anzianità, dovrebbe potere essere riconfermato nello stesso ufficio, dopo la scadenza naturale dell'incarico. La questione è delicata e se ne continuerà a palare. Rimandato a febbraio invece il focus sulla responsabilità (di mezzo c'è il danno erariale).

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