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I DATI

Ocse, in Italia il 57% dei giovani lavoratori è precario

In Italia, - rileva ancora l'Ocse - il numero di giovani sono non occupati nè in educazione o formazione, i cosiddetti Neet, è aumentato del 44% durante la crisi

PARIGI. Oltre la metà degli under 25 italiani che lavorano è precario, e la percentuale è aumentata tra il 2104 e il 2015, dal 56% al 57,1%. Lo riporta l'Ocse nel suo Employment Outlook. In crescita anche la percentuale di giovani che sono rimasti nello stesso posto di lavoro per meno di un anno, dal 37,9% del 2014 al 43% del 2015. In Italia, - rileva ancora l'Ocse - il numero di giovani sono non occupati nè in educazione o formazione, i cosiddetti Neet, è aumentato del 44% durante la crisi. Oggi «più di un giovane su 4 tra i 15 e i 29 anni è un Neet, un terzo lo è da più di un anno».

Quasi la metà di questi giovani «sono inattivi e quindi a rischio di esclusione duratura dal mercato del lavoro». In particolare, la percentuale di Neet è del 10%, ben superiore alla media Ocse del 6%, tra i giovani tra 15 e i 29 anni con livello di competenze basso, categoria «particolarmente vulnerabile». Per questo, sottolinea l'organizzazione, «favorire l'ingresso dei giovani in difficoltà nel mercato del lavoro e migliorarne le opportunità di carriera è di fondamentale importanza».La disoccupazione giovanile in Italia nel 2105 è calata di oltre 2 punti percentuali, ma rimane molto elevata, al 40,3%, terza nell'area Ocse dopo Grecia (49,8%) e Spagna (48,3%). Lo riporta l'organizzazione parigina nel suo Employment Outlook. Tra gli under 25 è inoltre scesa la partecipazione alla forza lavoro, dal 30% al 29%, in controtendenza con il dato generale che ha visto un lieve aumento, di 0,1 punti percentuali.

Il calo è più marcato tra le ragazze (-1,5 punti al 24%) che tra i ragazzi (-0,6 punti al 33,7%).La crisi, oltre che sul lavoro, «ha avuto un effetto negativo anche sui redditi e il divario salariale che ne è risultato potrebbe essere difficile da chiudere». Lo rileva il direttore della divisione Lavoro dell'Ocse, Stefano Scarpetta, nel testo di apertura dell'Employment Outlook. «L'aumento della disoccupazione durante la crisi è stato seguito da un calo dei salari nei Paesi più colpiti», come la Grecia, il Portogallo e la Spagna, «ma quasi dovunque i salari sono rimasti stagnanti o sono cresciuti a malapena», aggiunge, precisando che il calo ha toccato sia il valore nominale che quello reale dei salari.

«Non è certo se i lavoratori potranno mai recuperare i potenziali incrementi di salario persi dal 2007, soprattutto se la crescita della produttività rimane debole - dice ancora Scarpetta - Le prospettive per un ritorno a vigorosi aumenti dei salati sono strettamente legati alla capacità dell'economia globale di uscire dall'attuale equilibrio di crescita bassa, caratterizzato da bassi investimenti, crescita della produttività ridotta e commercio internazionale storicamente debole, cosa che a a sua volta richiede una risposta politica complessiva, con un uso più ambizioso delle politiche di bilancio e riforme strutturali addizionali».

«Le condizioni del mercato del lavoro stanno continuando a migliorare nei Paesi Ocse, e si prevede che la percentuale di occupati nella popolazione in età lavorativa torni ai livelli pre crisi nel 2017», ma «la ripresa continua ad essere disomogenea e la disoccupazione rimane ben troppo alta in diversi Paesi europei». Lo scrive l'Ocse nel suo Emmployment outlook, ricordando che alla fine del 2015 il 'jobs gap', la differenza nel numero di occupati rispetto a prima della crisi, era ancora di 5,6 milioni. «Anche se questa è una buona notizia, il fatto che la Grande recessione abbia depresso l'occupazione per quasi dieci anni testimonia della sua gravità e del prezzo pagato dai lavoratori», commenta nel messaggio di apertura il direttore della divisione lavoro dell'Ocse, Stefano Scarpetta. Sottolineando che «come è spesso il caso, le medie raccontano solo una parte della storia»: in alcuni Paesi, tra cui la Germania, l'occupazione è tornata a livelli anche superiori a quelli pre-crisi, mentre in altri, come Grecia, Spagna e Irlanda, «il deficit di posti di lavoro è ancora grande».

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